Associazione Claudio Gora ©

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Rassegna stampa

 

 

 

 

 

IL GIORNALE DELLA MUSICA luglio 2009

Il teatro trasformato in musica...

Tra i due grandi eventi teatrali del Cantiere 2009, il Barbiere di Paisiello e l'abbinata Weill-Eisler (Der Jasager e Die Massnahme), si sono visti a Montepulciano due spettacoli assai originali. Il primo, intitolato Dedalus, era un esempio di teatro di strada, molto movimentato, un po' sguaiato, nobilitato dalle musiche di Norberto Oldrini e Stefano Taglietti, grottesche al punto giusto. Altra cosa, per finezza della costruzione e profondità dell'espressione era Stabat Mater Action, spettacolo creato da Sergio Sivori e musicato da Alberto Vitolo. Messo in una vecchia cantina riconvertita a palcoscenico, era concepito come una grande partitura di suoni e gesti, un "oratorio" che si sondava sul pedale di un pianto ininterrotto, straziante, di una donna (Cristina Giordana) coperta da un velo. In una penombra che pareva illuminata solo dalle candele, e odorosa di incenso, gli altri due "attuanti" (Giovanni Avolio e Giancarlo Porcari) si muovevano con gesti ritmati, rituali, intorno a oggetti simbolici, un tumulo di sabbia, l'acqua in un bacile. Intanto il lamento della donna trascolorava nel suono tenuto di una viola. E poi in echi di polifonie arcaiche, come bolle di madrigali intonati da un coro seminascosto, e in un contrappunto dei due attori che intrecciavano le loro voci sui versi dello Stabat Mater e di antiche laude popolari. Anche il culmine drammatico dello spettacolo era costruito sul ritmo lento di un palo de lluvia (strumento sudamericano che imita il suono della pioggia), imbracciato come fosse una croce, e su quello violento, spietato delle frustate inferte con un drappo rosso. Mentre i musicisti (tutti bravissimi) lasciavano la scena, uno dei due, denudato, rimaneva alla fine tra le braccia della madre. Icona del dolore, dietro la luce fioca di una candela. Gianluigi Mattietti


IL GIORNALE DELLO SPETTACOLO - SIENA - 28 MAGGIO 2009

Il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, diretto dal compositore tedesco Detlev Glanert, pur rimanendo fedele alla sua missione di “cantiere” dove si incontrano professionisti e giovani talenti,introduce varie novità nella prossima edizione,dal 18 luglio al 1°agosto.
I prossimi tre anni saranno strutturati con il supporto ideale ed estetico della “Divina Commedia” di Dante: il 2009 è dedicato all’idea dell’Inferno, mentre il 2010 sarà legato al Purgatorio e il 2011 al Paradiso. Ogni edizione dedicherà uno spazio ad una opera buffa del periodo classico: si parte quest’anno con “Il Barbiere di Siviglia” nella versione originale di Giovanni Paisiello. La regia è affidata a Caterina Panti Liberovici, mentre i cantanti selezionati sono Francesco Marsiglia (tenore), Laura Catrani (soprano), Leonardo Nibbi (basso comico), Giulio Alvise Caselli (baritono), Gérard Lavalle (basso), David Zacchigna (tenore), Marco Calabrese (basso).

Il secondo progetto è riservato a due opere brechtiane: “Il consenziente” con musica di Kurt Weill e “La linea di condotta”, musiche di Hanns Eisler, prima assoluta in Italia, con la regia di Carlo Pasquini. In programma anche due forme sperimentali. “Dedalus“ , un’azione teatrale con musica che allude all’espressione del teatro di strada, uno spettacolo scritto e realizzato dai giovani del territorio senese in cui sono coinvolti più di 100 elementi, tra attori, musicisti e comparse; ispirato al capolavoro di Joyce, sarà rappresentato in sei diversi comuni della provincia di Siena. L’altra proposta di carattere sperimentale sarà una produzione del Laboratorium Teatro Roma, “Stabat mater. Action“, una fantasia libera per attuanti e coro....


REPUBBLICA 1 MAGGIO 2008

Sivori, uno Stabat Mater a lume di candela

Come in un quadro di Caravaggio sacro e profano si mescolano nello "Stabat Mater" di Jacopone da Todi. Il pianto della madre di fronte al figlio impiccato s'intreccia, trova eco nel pianto della Madonna dinnanzi a Gesù crocefisso: «...d'una morte affera-ti/trovarse abbraccecati/mate e figlio impiccato...». Sergio Sivori, drammaturgo e regista di questo "Stabat Mater action" che rappresenterà in ottobre l'Italia al festival di teatro sperimentale del Cairo ne ha tratto una versione per quattro attori e un coro di quattro voci che unisce il dramma antico, la tragedia classica alla sacra rappresentazione popolare: «A lume di candela,spiega, gli spettatori si troveranno al centro dell'azione, diventeranno parte integrante di una sorta di rito liturgico». (nico garrone)


REPUBBLICA — 08 marzo 2008  - ROMA

... CASA DEI TAETRI - Da oggi al 13 marzo, nel decennale della morte, "Omaggio a Claudio Gora" con foto, incontri, libri e proiezioni. Largo 3 giugno 1849 a Villa Pamphilj con ingresso libero. Programma su www.assclaudiogora.it ...


LA GAZZETTA DI MODENA — 12 dicembre 2007

Le attrici Roberta Spaventa e Francesca Iacoviello di Edokietora Teatro sono le rappresentanti di Modena alla rassegna teatrale’’Premio Claudio Gora’’ a Roma. Oggi (alle 21, al Laboratorium Teatro) porteranno in scena lo spettacolo’’Verso’’ che propone diversi linguaggi artistici. Il premio, giunto alla terza edizione, si propone di mettere in luce quelle realtà teatrali che operano tra ricerca e tradizione utilizzando spazi non convenzionali...


IL GIORNALE DI RIETI - martedì 13 novembre 2007

Teatro Potlach, «La voce come maschera» di Sergio Sivori

L’appuntamento è alla sede del Teatro a Fara Sabina alle ore 21

Al Teatro Potlach prosegue l’intensa attività didattica ed artistica, nell’ambito della rassegna teatrale aperta al pubblico fino al 17 novembre. Domani 14 novembre il Teatro Potlach presenta lo spettacolo/dimostrazione di lavoro “La voce come maschera” di Sergio Sivori del Laboratorium Teatro di Roma. L’artista offre un escursus musicale, attraverso canzoni e brani recitati emersi da una personale ricerca sulla tradizione artistica, poetica e teatrale campana. Sivori valorizza l’aspetto performativo e la fisicità dell’uso della voce, come creatrice di sinergie con il mondo. Perlustra le zone oscure della vocalità in rapporto alla maschera napoletana, quella di Pulcinella, trasformata e arricchita dall’uso di testi anche non pensati per essa. L’appuntamento è alla sede del Teatro Potlach a Fara Sabina alle ore 21. Il Teatro Potlach inoltre ricorda l’incontro didattico, a cura del Prof. Franco Ruffini del Dams dell’Università RomaTre, dal titolo: “Nostalgia della maschera” alle ore 17,30- 19,30 nella sede di Fara Sabina.


ERASMO NOTIZIE Grande Oriente d'Italia - Anno VIII numero 13/14 - 15/31 luglio 2007

TAORMINA - Consegnati i “Pellicano d’Argento” 2007

Nella suggestiva cornice del Palazzo “Duchi di Santo Stefano”, sede della Fonda-zione Mazzullo, si è svolta il 16 giugno la cerimonia di consegna della prima edizio-ne del Premio Internazionale “Pellicano d’Argento” per la Cultura, la Scienza e l’Impresa, istituito dall’associazione bene-fica “Mani Amiche Onlus” e destinato a personaggi che si sono distinti in ambito artisticoculturale, imprenditoriale e di ri-cerca. L’associazione, sorta a Catania nel 2002, è emanazione della loggia catanese “Giuseppe Garibaldi” (315) ed è presiedu-ta da Francesco Zaccà, maestro venerabile dell’officina. Alla premiazione ha partecipato il sindaco cenzo Panebianco (primario presso la Di-visione di chirurgia generale ad indirizzo oncologico dell’ospedale “San Vincenzo” di Taormina), dell’imprenditrice Stefania De Luca (direttore commerciale e marketing della catena alberghiera “Gais Hotels Group” di Taormina), del giovane regista italoamericano Max Bartoli (il cui corto-metraggio “Ignotus”, proiettato in sala, ha vinto oltre 15 premi internazionali fra i più prestigiosi), di Sergio Sivori (protagonista di numerose produzioni cinematografiche e televisive). Citiamo per ultimo, secondo il nostro grado di importanza, l’avvocato Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.


SIPARIO aprile 2007


Quartett
di Heiner Müller
con Cristina Giordana e Franco Mannella
regia: Sergio Sivori
Compagnia :Laboratorium teatro - Associazione Claudio Gora
Heiner Muller è senza dubbio il drammaturgo più rappresentativo della Germania contemporanea ed è considerato un autorevole autore della Repubblica Democratica Tedesca, il suo spettacolo è una riscrittura de Le Relazioni Pericolose di Lasclos che aveva a sua volta rielaborato il testo de Le passioni dell’anima di Cartesio.In scena sono il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil, che in un turbinio delirante di parole si ritrovano per raccontarsi e ricordare le loro relazioni passate ad inscenare torbide passioni, seduzioni “diaboliche”, dove l’unico scopo è il possesso dei corpi, il piacere effimero del sesso, e dove  qualsiasi tipo di sentimento comune è bandito.
Un gioco atroce, fatto non solo di parole, ma di suoni, di neologismi espressi in un vortice di rimpianti…..Muller, l’autore, dice che “La torta è buona se tutti gli ingredienti si accordano tra di loro: Una torta cattiva esiste, ma se nessuno la mangia che senso ha la sua esistenza. Dunque non esiste. Nel teatro accade lo stesso. Tutto è lì tranne che il teatro. Io scrivo per cercare il momento-teatro che non è lì”. Ed è partendo da quanto detto da Muller, che Sergio Sivori ci dice: “Partendo dal pensiero espresso dall’autore il gruppo orienta la scelta cavalcando l’idea che attraverso strade tracciate (la drammaturgia) si possano rendere visibili non tanto concetti, quanto sensazioni, invitando il pubblico a condividere il non sense di una partitura che  appare effimera come ali di farfalla. “Costruiamo un castello di carta sotto il crollo del quale seppellire le nostre angosce”. Lo spettacolo è senza ombra di dubbio coinvolgente dal punto di vista drammaturgico, è intelligente, nuovo, sarcastico, il livello è alto e i due attori, rispettivamente in ruoli faticosissimi che talvolta addirittura si scambiano, aumentando la difficoltà della loro interpretazione e la suspence, sono veramente bravi. Buona la regia di Sergio Sivori.    
Diana Palma


TEATROTEATRO.IT 2007

NELLE VISCERE DEL TEATRO DI SERGIO SIVORI

Al Laboratorium Teatro, centro di ricerca e sperimentazione, va in scena Quartett una variazione sul tema tratto dal romanzo di Laclos, Le relazioni pericolose. Lo spettacolo di Sivori, quantunque ricchissimo di parole, predilige una fruizione emotiva, accarezza il pubblico disposto ad abbandonarsi fisicamente a un rincorrersi di suggestioni, condizionamenti, impressioni, lenti avvicinamenti ed improvvisi capovolgimenti di sessi e ruoli. Il testo arriva solo alla fine di un allestimento che pone alla base della sua ricerca le infinite possibilità espressive del corpo. Le parole vengono scagliate con un ritmo indiavolato. L’abilità degli attori (Cristina Giordana e Franco Mannella) risiede nella loro sensibilità a non sottolineare, a non soffermarsi sui lemmi, lasciando che il ritmo travolga lo spettatore mentre tenta di aggrapparsi al senso, non potendo che bearsi del flusso emotivo che i corpi in scena sprigionano. L’amarezza che produce la storia viene centellinata in piccole dosi. Assistendo al vortice nel quale i due attori sono risucchiati dall’inizio dello spettacolo, si realizza la loro impossibilità di comprendersi fino in fondo. La danza ed il travestimento diventa un modo per avvicinarsi all’altro, per carpirne i segreti, per valutarne gli umori, per saggiarne i piaceri con la consapevolezza che nessuno dei due avrà pace. Animali da palcoscenico si rincorrono senza possibilità di scampo per i loro muscoli, senza pause per le loro lingue, senza alternative ad un percorso minato che non consente sbavature. I due, quantunque impossibilitati a rompere il cordone ombelicale che lega l’uomo alla donna, il figlio alla madre, la bestia alla sua preda, mai potranno essere una cosa sola.

Sivori gioca con i suoi attori alla ricerca di sensazioni sorprendenti, di una forza che inaspettatamente interviene a sostenere gli interpreti nel loro passionale faccia a faccia. L’attore ritrova il suo corpo, accorda lo strumento e lo fa vibrare in cerca di una cassa di risonanza che solo nel ventre del pubblico può ritrovare. Le viscere sono chiamate in causa dal lavoro del regista che, stimolando l’istinto dell’attore, mira dritto alla pancia dello spettatore con la messa in scena di uno spettacolo che può apprezzare l’esperto quanto il neofita, che può rifiutare l’intellettuale come può sentirsi disorientato chi si trova per caso ad assistere a cotanto appassionato vorticare.
Andrea Monti


VESPERTILLA - dicembre 2006

GIOCO D'IDENTITÀ E FINZIONE

Quartett , Laboratorium teatro
Nuovo teatro, nel cuore del quartiere Portuense: lo spettatore è avvolto da un buio pesto, evocativo ma a volte fasti­dioso. All'improvviso la luce disegna un ombrello bianco che gira sempre più forte, segue le emozioni. Tra ombre e luci inizia il gioco d'identità e finzione. Si attuano rituali d'odio e violenza, di torbide passioni. Lei: "Per ogni donna un uomo è un uomo per difetto", è la marchesa di Merteuil (Cristina Giordana). Lui, il visconte di Valmont (Franco Mannella) sudato, disperato, schizofrenico. Le due esistenze turbate e ossessionate dal possesso del corpo, si scam­biano le personalità unendo i loro tormenti. In scena svisceramento dell'anima e alienazione. Per Heiner Mùller il teatro è laboratorio sociale, dove protagonisti sono gli uomini con le frustrazioni più grandi, con volontà di distru­zione, dove unica soluzione del disagio sembra essere la morte. Al suono d'un carillon la marchesa con un sorriso inquietante e il visconte ormai stanco si suicidano, unica via che libera dal richiamo della carne. In questo laboratorium le vere vittime sembrano gli attori, il turbinio infinito di parole, grida, risate, presuppongono un grande lavoro, l'unica frase che risuona nella memoria è quella finale "morte di una puttana, adesso siamo solo cancro amore mio".

Roberta Capotondi


RECENSITO - 19 ottobre 2006

A ROMA VA IN SCENA "QUARTETT"- TRASPOSIZIONE DEL ROMANZO DI DE LACLOS

Molti di noi si sono innamorati di Valmont e della marchesa di Merteuil, i personaggi cattivi de Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, anche per le due bellissime versioni cinematografiche degli anni ’80, una di Stephen Frears con Glenn Close e l’altra di Milos Forman. Quartett, la riduzione teatrale fatta da Heiner Muller, forse il drammaturgo più famoso della RDT, considerato da molti  l’erede di  Bertolt Brecht, è una condensazione del romanzo in una serie di dialoghi essenziali e taglienti, un precipitato degli eventi che legano il quartetto dei protagonisti. Nello spettacolo messo in scena da Laboratoriumteatro con la regia di Sergio Sivori, vediamo i due criminali delle passioni, Valmont e Merteuil, a confronto mentre inscenano i crimini, prendono le parti delle vittime, si sostituiscono a loro e li interpretano. In questo particolare scambio dei ruoli oltre che dell’erotismo, si discute sulla fragilità dell’uomo, sull’imminenza della morte: cos’è la pelle se non qualcosa che si dissolverà per lasciare spazio allo scheletro che la sostiene? E l’anima, è solo un concentrato di sensazioni e passioni? Il regista riesce a mantenere un equilibrio fra la dimensione dialettica e quella ludica, ironica del gioco teatrale. La sua ricerca dello straniamento è evidente nella costruzione di una scatola teatrale essenziale e soffocante; la scenografia è una sedia, una valigia da cui spuntano diversi oggetti usati nei travestimenti degli attori e una serie di rami che cadono dal soffitto. Tutto si vivifica con un calibrato gioco di luci, usate per evidenziare i corpi ed esaltare la singolarità dei momenti, piuttosto che diffondersi sulla scena; è una visione pittorica che rende la luce protagonista per scolpire lo spazio, tracciarvi linee e direzioni, rompere il buio naturale del teatro. La prova degli interpreti, Franco Mannella e Cristina Giordana, è appassionata, ma a tratti dissonante con la traccia essenziale e straniante della regia.
 
Danila Bellino


CITY - 10 ottobre 2006

Guerra tra i sessi
Quartett di Heiner Müller
Laboratorium Teatro
Via Leopoldo Ruspoli, 87
Tel. 06-45477049 - www.laboratoriumteatro.it

Diretto dall'Associazione Claudio Gora, il Laboratorium Teatro ha aperto martedì scorso la nuova stagione teatrale all'insegna del teatro sperimentale con lo spettacolo Quartett di Heiner Müller, diretto da Sergio Sivori. Erede della tradizione brechtiana, Müller può considerarsi il più importante scrittore della Germania dell'Est (è morto nel 1995). Uno scrittore postmoderno, se consideriamo che non scrive mai testi propri ma prende in prestito testi della tradizione (basti pensare alla disperata reinterpretazione dell'Amleto in Hamletmaschine del 1978) per triturarli, polverizzarli e mettere in scena le rovine di quella tradizione mostrandocene un'immagine straniata e straniante. Quartett, tratto dal romanzo Le Relazioni pericolose di Choderlos de Laclos (recente il trionfo all'Odéon di Parigi della versione di Bob Wilson), viene condensato da Müller in una ventina di pagine di dialoghi, che costituiscono una delle commedie più taglienti del XX secolo. Straordinario episodio della "guerra tra i sessi" che è al tempo stesso duello amoroso, combattimento tra belve feroci, erotismo verbale. Fino al 5 novembre.

UNITA' 3 ottobre 2006

...oggi apre al pubblico "Laboratorium teatro", il nuovo teatro di via Leopoldo Ruspoli, 87/93 che come spettacolo di apertura presenta Quartett di Heiner Muller, regia di Sergio Sivori con Cristina Giordana e Franco Mannella. La nuova sala, pensata dall' Associazione Cluaudio Gora, sara' anche sede di un laboratorio permanente e di scambi, territorio da esplorare e condividere con workshop e seminari per l' indagine e l'approfondimento dell'arte dell'attore.


CORRIERE DELLA SERA - 2 ottobre 2006

«Quartett» rilegge Choderlos de Laclos

Il Laboratorium Teatro diretto dall' Associazione Claudio Gora apre domani la stagione teatrale all' insegna della sperimentazione con un ricco cartellone di spettacoli e workshop. Da a ottobre a giugno Sergio Sivori dirige il Laboratorio Teatrale permanente aperto ad numero massimo di 20 partecipanti. L' inaugurazione dela stagione propone «Quartett» di Heiner Müller diretto proprio da Sergio Sivori, una variazione sul tema, tratto dal romanzo di Laclos «Le relazioni pericolose». I protagonisti sono Cristina Giordano e Franco Mannella. Al centro un gioco crudele fatto di parole, suoni, neologismi, espressi in vortice di rimpianti e nostalgie. Due attori si confrontano in una dimensione suggestiva in sintonia con un pensiero dell' autore: «La torta è buona se tutti gli ingredienti si accordano fra loro». Dal 14 al 18 novembre è in programma la seconda edizione del Premio Claudio Gora al teatro di ricerca.


TEATRO TEATRO.IT - ottobre 2006
Quartett
di Heiner Muller
Al teatro Laboratorium Teatro di Roma
Dal 03/10/2006 al 05/11/2006

Il corpo e la fisicità sono il vero duello amoroso della pièce. L'erotismo verbale e il gioco della seduzione quasi scompaiono di fronte all'espressione tagliente dei gesti.

Dramma-commedia in un atto unico del giovane e talentuoso Sergio Sivori, tratto dall'omonima opera di Heiner Muller che, a sua volta, si ispira alle incantevoli e al tempo stesso mostruose " Relazioni Pericolose" di Laclos.
Un grande romanzo epistolare come Le relazioni pericolose (1700), i cui aspetti più cinici e malati somigliano pericolosamente ai peggiori difetti di ogni tempo, trova la sua giusta collocazione al cinema e a teatro.

Muller si ispira e Sivori lo trasforma ulteriormente. Quartett infatti diventa un difficile duetto interpretato dai bravi Franco Mannella e Cristina Giordana che, scambiandosi anche i ruoli, rappresentano sulla scena La Marchesa di Merteuil e il Visconte di Valmont. Come corollario interpretano una timorata fanciulla e una splendida dama, entrambe ambite e sedotte dal Visconte.

Le voci dei personaggi si incrociano, si scontrano, si sovrappongono; dominano le parole dei raffinati, a volte scurrili, astuti protagonisti, autori di intrighi amorosi nei quali si scambiano con rabbia e disperazione le malignità più terribili, minacciandosi con risate isteriche e proposte ambigue, combattendo una loro personale battaglia sulla pelle propria e di persone innocenti. Un gioco al massacro che, a tratti fedele al testo di Muller, alterna aspetti ironici e sarcastici, assumendo contorni surreali magistralmente espressi dai due interpreti.

Il corpo e la fisicità sono il vero duello amoroso della pièce. L'erotismo verbale e il gioco della seduzione quasi scompaiono di fronte all'espressione tagliente dei gesti. L'attore è al centro dell'interpretazione, al di là di ciò che sta rappresentando. E' l'elemento essenziale, un progetto di ricerca nel tentativo di oltrepassare i propri limiti.
Efficace l'allestimento scenico, scarno e buio, che si riempie soltanto della presenza dei protagonisti, così come interessante la contrapposizione tra la staticità della marchesa e il dirompente attivismo di Valmont. Esercizi ginnici, sudore e virtuosismi vocali contraddistinguono lo spettacolo. Un pizzico di nostalgia per le pagine indimenticabili di Laclos si affaccia al termine della rappresentazione, quando la fine dei due ex amanti sopraggiunge a ricordare che la commedia che tutti noi recitiamo si accompagna inesorabilmente alla tragedia.
Silvia Donnini


LEGGO - Venerdi 29 settembre 2006

Un supermercato che diventa teatro. Succede nel cuore del Portuense dove ha aperto i battenti il Laboratorium teatro. Si tratta di nuovo centro internazionale di ricerca teatrale voluto dall’associazione Claudio Gora, presentato ieri dal direttore artistico Sergio Sivori.
Raffinata struttura architettonica, platea da ottanta posti, variabile a seconda dello spettacolo, dove gli spettatori saranno sempre parte integrante della messa in scena. Il cartellone prenderà il via martedì prossimo con nove rappresentazioni, e seminari (arte del clown, canto, eccetera) aperti a tutti. A debuttare in scena sarà invece Quartet di Heiner Muller, rivisitazione de Le relazioni pericolose, diretto da Sivori, con Cristina Giordana e Franco Mannella.
Il 14 novembre, una data particolare, la seconda edizione del premio Claudio Gora dedicato al teatro di ricerca, che porterà in concorso cinque spettacoli di gruppi italiani. G. Leo


IGN spettacolo - 28 settembre 2006

TEATRO: ROMA, IL CARTELLONE DEL 'LABORATORIUMTEATRO'
Roma, 28 set. (Adnkronos/Adnkronos Cultura) –
Il Laboratoriumteatro diretto dall'associazione Claudio Gora presenta la stagione teatrale 2006/2007 all'insegna del teatro sperimentale. La caratteristica del Laboratoriumteatro e' quella di alternare agli spettacoli incontri, seminari e workshop per l'indagine e l'approfondimento dell'arte dell'attore, invitando maestri provenienti da vari paesi del mondo.

Quest'anno saranno ospitati i pedagoghi Rena Mirecka, Leris Colombaioni e Anna Maria Civico. Dal prossimo ottobre poi, fino al giugno 2007 Sergio Sivori dirigera' il Laboratorio Teatrale Permanente che sara' aperto a 20 partecipanti.

Il cartellone partira' il 3 ottobre con lo spettacolo ''Quartett'' di H. Muller diretto da Sergio Sivori, una variazione sul tema, tratto dal romanzo di Laclos ''Le relazioni pericolose''. Seguira' dal 14 al 18 novembre la seconda edizione del ''Premio Claudio Gora'' dedicato al teatro di ricerca. Quest' anno in concorso cinque spettacoli di altrettanti gruppi italiani.

Gli eventi proseguiranno, il 15 dicembre, con lo spettacolo ''Passion Selon Madelene'' diretto ed interpretato da Anna Maria Civico, i canti della Passione di Cristo dal punto di vista della tradizione popolare e la poesia come fusione tra meditazione ed esperienza.


IL TEMPO - settembre 2006

di TIBERIA DE MATTEIS

LUOGO di lavoro e confronto oltre che sede di spettacoli, il ..

... LABORATORIUM teatro, diretto dall’Associazione Claudio Gora, punta sulla pedagogia e sulla ricerca non rinunciando però a una stagione ricca di appuntamenti. Il cartellone sarà inaugurato domani con «Quartett» di Heiner Müller con Cristina Giordana e Franco Mannella, diretti da Sergio Sivori in un gioco crudele di parole, suoni e neologismi comunicati attraverso la condizione emotiva del rimpianto. In una variazione sul tema trattato nel romanzo «Le relazioni pericolose» di Laclos, due interpreti mettono in pratica il principio dell’autore tedesco per cui una torta è buona soltanto se tutti gli ingredienti si accordano tra loro. Dal 14 novembre è prevista la seconda edizione del premio Claudio Gora con in concorso 5 gruppi di varie città italiane. A seguire, dal 15 dicembre, «Passion selon Madeleine», diretto e incarnato da Anna Maria Civico con canti cristologici fra tradizione popolare e un’idea della poesia vicina alla meditazione. Lucia Poli dirige poi, dal 6 gennaio, «Nerone», un viaggio fra realtà e immaginazione che ricostruisce gli ultimi attimi di vita dell’imperatore dalla scoperta della congiura alla fuga. «La classe morta» di Kantor è proposta dal 6 febbraio, mentre «L’autunno a Tokyo ovvero dritti fino al teatro Nô passando da Boris Vian» è l’evento curato da Giovanni Scacchetti e articolato in due distinti spettacoli. Il 5 marzo sarà la volta del progetto «Agamennone», ideato e diretto dal giovane regista napoletano Pino Carbone, con 5 attori, in lenta, continua attività, destinati a diventare i personaggi della tragedia eschilea. In chiusura l’allestimento realizzato nel corso del Laboratorio Permanente guidato da Sivori.


la Repubblica — 02 febbraio 2006   Non è facile trovare il Laboratorium aperto dall' Associazione Claudio Gora nel labirinto di strade cresciuto lungo i bordi della Portuense. Ma, nella ristretta mappa di sale che ospitano spettacoli di ricerca, c' è anche questo spazio... . Così vale la pena di scoprirlo; Nico Garrone


IL MEDIOEVO ITALIANO SBARCA NEGLI USA CON “IGNOTUS” AGI) - Roma, 1 set. - 2006

Il medioevo italiano conquista gli schermi americani con “Ignotus” il cortometraggio opera prima di Max Bartoli, presentato alla Casa del cinema a Roma lo scorso maggio. “Ignotus”, infatti, e’ stato gia’ selezionato da alcuni tra i maggiori festival internazionali tra cui Los Angeles, Tampa (Florida), Washington D.C., Salento a settembre e poi New York a novembre. Il corto, che racconta gli ultimi momenti di vita di un cavaliere crociato e che e’ stato girato tra Roma e Tuscania, si presenta sul panorama internazionale dei cortometraggi come un prodotto innovativo nei contenuti e nelle modalita’ di ripresa.
Max Bartoli, vivendo da lungo tempo all’estero, ha sviluppato quella sensibilita’ alle bellezze artistiche e naturali dell’Italia atipica nei nostri concittadini, ormai assuefatti a questo tipo di stimoli. “In un certo senso e’ stata proprio la lontananza da Roma”, sostiene Max Bartoli, “ad avermi dato l’idea di scrivere un cortometraggio che ponesse al centro della storia il nostro patrimonio artistico e territoriale. Mi sono scoperto uno tra i tantissimi ammiratori dell’Italia”.
Girato interamente in digitale e totalmente autofinanziato, “Ignotus” ha tutti i “numeri” per competere con le migliaia di altri cortometraggi prodotti ogni anno. Un cast di sei attori condotto da un eccellente Sergio Sivori, 25 comparse, 8 stunt di Cinecitta’, una troupe di 30 persone e 85 costumi d’epoca hanno contribuito a definire uno spazio narrativo ed emotivo lontano, sospeso, rafforzato dalla funzione evocativa delle immagini per la fotografia di Maurizio Calvesi. Un lavoro filologico accurato, quindi, che non ha tralasciato nessun aspetto, dai costumi alle location fino alle musiche di Monica Cioci specchio dei moti interiori del cavaliere. Ora l’ignoto cavaliere e’ pronto per il suo viaggio oltreoceano e per affrontare la sfida finale con il pubblico e le giurie dei Festival.
Autore di due libri, pubblicati in Italia tra il 1989 e il 1991, dal 1998 ad oggi Max Bartoli ha lavorato a vario titolo con diverse societa’ di comunicazione integrata per le quali ha diretto e prodotto video sportivi, istituzionali e “corporate”. Nel 1997 partecipa in qualita’ di co-autore al fianco di Francesco Licata, alla stesura di “Metropolis”, uno dei programmi di “Trenta ore per la vita” andato in onda su Italia1. Dal 2002 al 2004 per la Rotella and Partners ha lavorato come produttore esecutivo a numerosi video e a due documentari: uno sul Colosseo (video che ha vinto il premio “Media Star” della pubblicita’) ed uno sulla Tunisia. Nel 2004, per la MaXaM Productions Ltd ha scritto, prodotto e diretto due documentari:”Time Travellers” e “Postcard From The Past”. “Ignotus” rappresenta la sua opera prima nel cinema. (AGI)


Il Secolo XIX dicembre 2005
Si svolgerà da martedì 6 a sabato 10 dicembre 2005 alle ore 21.15, presso il LABORATORIUMteatro di Roma (via Leopoldo Ruspoli, 87), la prima edizione della rassegna teatrale “Premio Claudio Gora”, concorso annuale dedicato al teatro di ricerca. Fortemente voluto dalla figlia Cristina Giordana, giovane e brava attrice che l’anno corso ha portato al Teatro Garage “L'ultimo giorno, scritto e diretto da Sergio Sivori dal racconto di Victor Hugo "L'ultimo giorno di un condannato a morte", il Premio “Claudio Gora” ambisce a mettere in luce quelle realtà teatrali che operano tra ricerca e tradizione utilizzando spazi non convenzionali.
Gli organizzatori auspicano che la manifestazione dedicata all’attore teatrale e cinematografico genovese scomparso nel 1998 e che per tante stagioni fu tra i protagonisti del Teatro Stabile di Genova (“Troilo e Cressida” e “Maria Stuarda” diretti da Squarzina, “La bocca del lupo” e “Rosmersholm” per la regia di Sciaccaluga,) possa trovare una collocazione ligure.
Ecco la rosa dei partecipanti alla prima edizione: “Via dei martiri”, regia Roberto Azzurro; “Donne, velocità pericolo”, regia Francesco Sala; “Giorno d’estate” Regia Danele Fior; “Niente più niente al mondo”, regia Carlo Cerciello; “Edipo Re  Studio uno”, regia Fortunato Cerlino. Al vincitore sarà assegnato il Premio Claudio Gora di 7.500 euro e da domenica 11 dicembre lo spettacolo verrà replicato al LABORATORIUMteatro di Roma. Prestigiosi i nomi dei membri della giuria della prima edizione: Andrea Giordana presidente, Omero Antonutti, Antonia Brancati, Sergio Graziani, Luciano Odorisio. Giuliana Manganelli


Adnkronos/Adnkronos Cultura- Roma, 1 dic. 2005
Il Laboratoriumteatro di Roma ospitera' lunedi' 5
dicembre, alle ore 12.00, la presentazione della prima edizione del ''Premio Claudio Gora''. Alla cerimonia di apertura saranno presenti i prestigiosi membri della giuria che sara' guidata dal preside della Facolta' di Lettere e Filsofia dell'Universita' Roma Tre, professor Vito Michele Abrusci, affinacato da Andrea Giordana, Omero Antonutti, Antonia Brancati, Sergio Graziani e Luciano Odorisio.
Un'inedita manifestazione nata in ricordo del grande attore e regista, Claudio Gora, che mette a confronto le Arti contemporanee. Premiati giovani attori, registi e gruppi teatrali emergenti, impegnati nel teatro e nella ricerca di innovative forme di rappresentazione.
(Per/Pe/Adnkronos)

LA REPUBBLICA
mercoledì 21 gennaio 2004
OROLOGIO
Elisabetta e Limone
Strano principe azzurro
Rispunta all’Orologio il nome di J. Rodolfo Wilcock, anglo – argentino amico di Borges e Bio Casares, trapiantato a Roma negli anni Cinquanta e scomparso nel ’79. Scrittore, poeta e saggista poliedrico, Wilcock amava la cultura come raffinato gioco intellettuale. Sul “Mondo” di Pannunzio scrisse con lo pseudonimo di Matteo Campanari cronache di spettacoli teatrali mai visti, inventati di sana pianta. Di questa fantasiosa attitudine al gioco, alla fuga della prigione della realtà profuma anche lo strano menage di “Elisabetta e Limone” , ambientato dal regista Sergio Sivori in una cantina pinteriana tappezzata di quotidiani, con un guardaroba di abiti femminili appesi al soffitto.
E’ la casa – tomba dove si è autoreclusa Elisabetta in attesa di un principe azzurro che finalmente arriva e ha le rudi fattezze di Limone, un evaso dal carcere prontamente catturato e legato con una catena al lettino verginale. Dal fatto di cronaca alla favola, una rivisitazione con dialoghi surreali e poetici de “ La Bella e la Bestia”, il passo è breve. Anche per la lunatica perfidia di Cristina Giordana e la corposa tenerezza di Carlo Cosolo.
Nico Garrone


LA REPUBBLICA — 06 gennaio 2004  

Elisabetta & Limone un incontro eccezionale

«Elisabetta & Limone» è uno spettacolo scritto da Rodolfo Wilcock, autore argentino che ha molto vissuto in Europa, che mette in scena la riflessione su un fatto di cronaca trasformandola in ipotesi metafisica. In «Elisabetta & Limone» sono i due protagonisti entrambi emarginati e soli a trovare se stessi attraverso il loro inconsueto incontro. Una casa apparentemente disabitata è il luogo in cui vive Elisabetta, una donna che non esce mai e possiede un senso filosofico più elevato del normale. Lei si prende cura dei topini, si sente vicina alle stelle. Limone giungerà nella casa di Elisabetta dopo essere evaso da una prigione. Elisabetta lo incatenerà al letto. Questo genererà in lui un iniziale timore a causa di tale situazione paradossale. «In «Elisabetta & Limone» c' è un sottotesto di spessore che va dalla politica al problema dell' emarginazione» dice l' attrice Cristina Giordana «Wilcock è un esteta del linguaggio. Il finale nasconde dei risvolti bizzarri a causa di una promessa insolita». In scena anche Carlo Consolo. Il regista è Sergio Sivori. «Elisabetta & Limone» alle 21 al Teatro dell' Orologio (via de Filippini, 7 tel. 0668308735) da stasera fino al 25 gennaio. daniela miniucchi


 Il giornale d’Italia

Al teatro dll’Orologio Cristina Giordana protagonista di una commedia di wilcock

Umanità crudele

 

Un autore importante Wilcock, amico di borges e Bioy Casares, cittadino italiano nel 1979 su decreto del Capo dello Stato, giornalista e saggista. In questi giorni Cristina Giordana( figlia d’arte e sorella di andrea giordana) è in scena insieme a Carlo Cosolo al teatro dell’Orologio con “Elisabetta e Limone” , uno dei testi teatrali più riusciti di wilcock, con la regia di Sergio Sivori. L’abbiamo intervistata per saperne di più.

Com’è nata l’idea di questo spettacolo?

- La nostra Associazione, intitolata a Claudio Gora, ricerca testi nuovi o di autori purtroppo dimenticati, cerca nuovi linguaggi, sperando di lasciare nello spettatore la voglia di farsi delle domande, l’emozione sulla pelle è fondamentale per le nostre scelte. Dopo due spettacoli di grosso spessore sociale come “ L’ultimo giorno” da Victor Hugo e “ Amen” da Federico De Roberto, ambedue riscritti e diretti da Sergio Sivori, il nostro progetto che si chiama”i teatri della crudeltà” si conclude appunto con “Elisabetta e Limone”.

Puoi parlarci di questo testo?
       -       “ Si parla di crudeltà sociale e umana, con l’isolamento di questi personaggi in un mondo assoluto e fantastico,                                 
                  il mondo di Elisabetta. Si tratta di un testo delizioso, leggero e poetico, che con grande semplicità tocca temi      come la vita, la morte e l’emarginazione”.

Come si svolge la vicenda?

- “ Un uomo, vittima delle circostanze, evade da un carcere e casualmente finisce in una casa, che solo all’apparenza sembra disabitata, addormentandosi sul letto di Elisabetta, che ne approfitta per incatenarlo. Dal risveglio di Limone (interpretato da Carlo Cosolo) inizia una convivenza al limite del paradossale, nella quale alla fine troveranno un motivo per restare insieme”.

Che tipo di personaggio è il tuo?

- “Elisabetta è un personaggio molto complesso, ai limiti della follia, piena di sfumature, un concentrato di emozioni, con repentini cambi d’umore. Ho amato subito questo personaggio dalla prima lettura, perché rappresenta quel mondo femminile pulito, poetico e filosofico, lontano dai compromessi, che sono la rovina del genere umano, genialmente descritto da wilcock”.

Come scegli i personaggi che interpreti?
- “ Di solito non scelgo il personaggio ma il progetto, insieme a Sergio Sivori. Ho la massima fiducia nel suo   modo di vedere le cose, quello che mi interessa è lo spettacolo, la riuscita del progetto, anche se non con una parte da protagonista”.
Qual è il teatro che preferisci?

- “ Non di certo quello che in realtà è intrattenimento di stampo televisivo. Amo il vero teatro, quello che ti dà forti emozioni (positive o negative), che provoca in te degli interrogativi, quello dove l’uomo con tutte le sue contraddizioni è il centro della vicenda”.

Come giudichi il teatro attuale in Italia?
“ Il teatro è in crisi perché negli ultimi anni ha perso il ruolo di profondo scrutatore dell’animo umano, appiattendosi ad una specie di succursale televisiva”.
Gianluca Verlezza


Corriere Laziale - 23 gennaio 2003
“Elisabetta e Limone”: torna il teatro di wilcock
Fino al 25 gennaio il Teatro dell’Orologio ospita, per la regia di Sergio Sivori, il testo di Rodolfo Wilcock, un autore vicino al teatro dell’assurdo di Beckett e Ionesco.
Al Teatro dell’Orologio di Roma, dal 6 al 25 gennaio, Sergio Sivori porta in scena “Elisabetta e Limone” , testo emblematico di J. Rodolfo Wilcock. Dopo colpevoli assenze, Wilcock torna a teatro in Italia, con la sua dimensione particolare che unisce messaggi astratti e allucinati ad un’intelligenza pura e scaltra. Wilcock , argentina di origine anglosassone, da sempre fortemente legato al nostro paese, nel 1955 decise di trasferirsi proprio a Roma, dove iniziò a scrivere articoli vari, saggi, racconti e poesie in italiano che lui stesso definì “ la lingua che come scrittore europeo ho scelto perché più somiglia al latino”. Uno scrittore, un poeta, amico di Silvana Ocampo, Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges. “Borges – scrive Wilcock – è il genio totale, ozioso e pigro e questi tre nomi, queste tre persone furono la costellazione e la trinità dalla cui gravitazione trassi quella leggera tendenza, che si può avvertire nella mia vita e nelle mie opere, a innalzarmi, sia pur modestamente, al di sopra del mio grigio, umano livello originario.
Elisabetta e Limone, Cristina Giordana e Carlo Cosolo, protagonisti unici sul palco, dal loro incontro casuale ritrovano se stessi e si riconoscono come di fronte ad uno specchio deformante. Lo spazio scenico, curato dallo stesso regista Sergio Sivori, con un solo letto al centro e tanti abiti appesi al soffitto, accoglie due personaggi che è come non esistessero fisicamente, ma unicamente per i vari momenti del loro definirsi. Così la camera da letto di lei è, nei diversi momenti, il solo modo di passare ad una dimensione astratta ad una più concreta e viceversa. Lo spettacolo teatrale messo in scena al teatro dell’ orologio, dura meno di un’ora: sul palco nasce una storia d’amore, un gioco strategico, una seduzione bizzarra che si legano tra loro attraverso un montaggio fatto di luce e brevi spazi di buio e musica. Di “Elisabetta e Limone”  è  possibile soltanto tracciare l’itinerario generale, che è fatto di considerazioni sugli esseri umani, di difese e accuse, di passaggi ostinati da un punto di vista a un altro. “ In questo teatro – dice Sergio Sivori – i personaggi vivono abbarbicati gli uni agli altri, ombre di un’ azione che tende a costringerli in un’unica fuga che è anche la sola prospettiva rimasta”.
Di Wilcock, come scrive Roberto Calasso, è bello apprezzare “ la totale assenza di perbenismo intellettuale, l’ironia in agguato dietro ogni sillaba, l’insofferenza per ogni sorta di frasi di circostanza dello spirito. Quella eccentrica e solida saggezza e quella ammirevole autosufficienza che sono nel fondo di Wilcock”.
A questo spettacolo il grande merito di proporre un autore al quale ancora pochi hanno deciso di avvicinarsi, un’isola verso la quale è difficile naufragare, un linguaggio immaginifico la cui natura è determinata innanzitutto dalla parola, in grado di offrire, non tanto significati, quanto segni.
 Martina Savastano


AVANTI - Lunedì 2 febbraio 2004

L’amore secondo Wilcock tra follia e normalità
Elisabetta e Limone” conquista la platea dell’Orologio
ROMA_ J. Rodolfo Wilcock è stato autore con una vita vissuta tra America ed Europa ed in particolare in Argentina e in Italia, dove ebbe la cittadinanza italiana solo dopo la morte nel 1979, con un decreto del Presidente della Repubblica. Scrittore amico di Borges, collaboratore del “Mondo” di annunzio, sospeso tra espressionismo e fantastico, vicino al teatro dell’assurdo di beckett e Ionesco, Wilcock  ha una scrittura che vive particolarmente di immaginazione. In “Elisabetta e Limone” , andato in scena al teatro dell’Orologio, è possibile è possibile soltanto tracciare l’itinerario principaledel commediografo, che è fatto di pensose considerazioni sulla nascita e sulla morte degli individui, sul loro fragile e provvisorio trascorrere in questo mondo, sulla loro ostinata e complessa difesa e offesa di se stessi e degli altri. In questo teatro i personaggi vivono attaccati gli uni agli altri, ombre di una fuga che è anche la sola prospettiva rimasta. Elisabetta, interpretata da Cristina Giordana, è una donna introversa e ipersensibile: confeziona vestitini per i topini della sua casa, che chiama “la tomba”, riscaldandosi con il legno dei vecchi mobili della sorella, pur di non uscire nel mondo dei ”vivi”. Limone, (Carlo Cosolo), è un evaso, capitato durante la fuga nella casa di Elisabetta. Lei lo incatena al letto più per attaccarsi a lui e non lasciarlo fuggire , che per sicurezza. Una storia di due solitudini che cercano di incontrarsi . Una storia d’amore sui generis , o la strana storia di una fantasiosa seduzione. Due personaggi che alimentano la loro vita, affrontando il loro approccio attraverso una chiave che risulta avere una costante dimensione involontariamente comica. Lo spazio scenico, inizialmente la più banale delle stanze, un po’ sporca e sdrucita, si trasforma in seguito, passando da una dimensione banalmente realistica ad un’area astratta e surreale.
Donatella Veneziani


IL TEMPO - giovedì 22 gennaio 2004
Riscoperti i paradossi di Wilcock
QUANTI di noi si sentono protetti nelle proprie case? Dopo aver letto pagine sanguinolente di cronaca nera la paura personale cresce, sino a raggiungere, in alcuni casi limite, livelli a dir poco catastrofici. È quanto accade in «Elisabetta & Limone», testo firmato dal poeta argentino — ma in seguito italianizzato — J. Rodolfo Wilcock, che in questi giorni il regista Sergio Sivori ripropone al teatro dell’Orologio. Oggi scopriamo un Sivori che ama divertirsi e divertire il suo pubblico, chiamando nuovamente sul palco Cristina Giordana (partner di vita e di lavoro). Rispettosa del testo e delle atmosfere fantastico/surreali presenti, la regia riesce a umanizzare in chiave tragicomica due tipologie sociali alquanto familiari, sebbene non proprio attuali: quella della donna sola (chiusa in casa al riparo da tutto e tutti ma che in realtà è alla ricerca costante di «compagnia») e quella del presunto «fuorilegge», qui interpretato da Limone (un assai convincente Carlo Cosolo), un evaso alquanto imbranato che cerca accidentalmente riparo nella camera da letto di Elisabetta. Sullo sfondo della scena si erge lo spettro enigmatico della repubblica che dovrebbe tutelare la «proprietà privata» e che per questo la folleggiante — ma allo stesso tempo ingenua — Elisabetta tira spesso in causa, dopo aver legato al letto, con una catena, il povero Limone. Le immagini macabre e allucinatamente nichiliste di Wilcock, trasformano la casa di Elisabetta in una tomba, confortevole come le tombe/albergo di tutte le altre persone. Magari in compagnia di un malintenzionato, alla quale tuttavia la donna (specie di «Alice nel mondo dell’Orribile») si affeziona, finendo addirittura col liberarlo. Divertente e allo stesso tempo irriverente questa messa in scena, che nel suo cinismo mascherato di ironia vaneggia sul senso della vita e della morte, mettendo tuttavia in primo piano il problema della solitudine, fin troppo comune ai giorni nostri. Suggestiva la scenografia e la scelta musicale (brani in vinile anni ’20), curate dallo stesso Sivori.
Teatro dell’Orologio - di GIANLUCA ATTANASIO



IL TEMPO - martedì 13 gennaio 2004

IL REGISTA Sergio Sivori vuole far riemergere da un ingiustificato oblio l'autore argentino Rodolfo J. Wilcock, vicino alla drammaturgia dell'assurdo e attivo in Italia come critico teatrale de «Il Mondo» di Pannunzio, presentando al Teatro dell'Orologio l'emblematico «Elisabetta & Limone», incarnato da Cristina Giordana e Carlo Cosolo.
Amico di Borges e di Bioy Casares, l'originale artista vissuto fra America ed Europa e diventato cittadino italiano nel 1979, a un anno dalla sua scomparsa, contamina le atmosfere sospese e paradossali dei connazionali con l'osservazione razionale della realtà. Lo spettacolo non consente quindi di isolare un tracciato cronologico preciso, ma si dipana inseguendo una meditazione sulla nascita e sulla morte degli individui, affrontando il tema della loro permanenza effimera sulla terra e verificando le possibilità di relazione interpersonale e di tutela della propria intimità.
Ter. Spu.


CINEMA E OLTRE - Martedì, 13 Gennaio 2004  - Anno III, nº 8 - 20/02/2004

Al Teatro dell’Orologio è in scena fino al 25 gennaio "Elisabetta & Limone" di Wilcock. Protagonisti Cristina Giordana e Carlo Cosolo. Regia di Sergio Sivori

Un autore ancora oggi tutto da scoprire e riscoprire, con una vita vissuta tra America ed Europa, Argentina ed Italia (Wilcock ebbe la cittadinanza italiana solo dopo la sua morte nel 1979, con decreto del Presidente della Repubblica).
Uno scrittore amico di Borges e Bioy Casares, collaboratore del Mondo di Pannunzio,  sospeso tra espressionismo e fantastico, vicino al teatro dell’assurdo di Beckett e Ionesco.
Dopo colpevoli assenze e messe in scena non troppo convincenti, stavolta è Sergio Sivori a portare sul palcoscenico Elisabetta e Limone, testo emblematico dell’autore nato in Argentina,  avvalendosi delle interpretazioni di Cristina Giordana e Carlo Cosolo.
In questo testo, a prevalere sul senso tutto “borgesiano” del mistero è un solido aggancio al concreto, con meno rigore stilistico e maggiore liricità espressionistica, così da permettere di cogliere la capacità fluida e continua, quotidiana di trasformare la riflessione sul fatto di cronaca in ipotesi addirittura metafisica.
La scrittura di Wilcock vive particolarmente di immaginazione, la cui natura è determinata innanzitutto dalla parola in grado di offrire non tanto significati quanto segni.
Di Elisabetta e Limone è possibile soltanto tracciare l’itinerario generale, che è fatto di pensose considerazioni sulla nascita e sulla morte degli individui, sul loro fragile e provvisorio trascorrere in questo mondo, sulla loro ostinata e complessa difesa e offesa di se stessi e degli altri.  
Teatro dell’Orologio - Via dei Filippini, 7
Sala Gassman (tutte le sere 21.30 – domenica 18.30)

L’Associazione Claudio Gora presenta
Elisabetta & Limone
di J. Rodolfo Wilcock
Con
Cristina Giordana Carlo Cosolo Regia  & Spazio Scenico Sergio Sivori Si replica fino al 25gennaio


IL MESSAGGERO - Domenica 11 Gennaio 2004

“Elisabetta e Limone”: Sivori porta Wilcock all’Orologio
J. Rodolfo Wilcock, un autore ancora tutto da scoprire, con una vita vissuta tra America ed Europa, Argentina e Italia. Uno scritto sospeso tra espressionismo e fantastico, vicino al teatro dell'assurdo di Beckett e Ionesco. Sergio Sivori porta sul palcoscenico Elisabetta e Limone , con Cristina Giordana e Carlo Consolo, testo emblematico dell'autore nato in Argentina, in scena fino al 25 al Teatro dell’Orologio . In questa piéce prevale sul senso tutto "borgesiano" del mistero un solido aggancio al concreto, con meno rigore stilistico e maggiore liricità espressionistica, così da permettere di cogliere la capacità fluida e continua, quotidiana di trasformare la riflessione sul fatto di cronaca in ipotesi addirittura metafisica. La scrittura di Wilcock vive particolarmente di immaginazione, la cui natura è determinata innanzitutto dalla parola in grado di offrire non tanto significati, quanto segni. Di Elisabetta e Limone è possibile soltanto tracciare l'itinerario generale, che è fatto di pensose considerazioni sulla nascita e sulla morte degli individui, sul loro fragile e provvisorio trascorrere in questo mondo, sulla loro ostinata e complessa difesa e offesa di se stessi e degli altri.


Ciao Radio

Roma: "Elisabetta e Limone" al Teatro dell'Orologio
2004-01-29
Una signorina per bene, con un bel vestito di pizzi e trine e un grazioso ombrellino parasole, questo è il ritratto di Elisabetta (Cristina Giordana), protagonista della piece di Rodolfo Wilcock alla sala Gassmann del Teatro dell’Orologio.

Di Giulia Rossi


ELISABETTA E LIMONE
Dal 6 gennaio al 1 febbraio
Roma, Teatro dell’Orologio, via dei Filippini 7
Tel: 06/6875550

La scena si svolge in quella che Elisabetta stessa definisce la sua casa-tomba, piena di pagine di vecchi giornali sparse a terra che ormai conosce a memoria, e di abiti appesi al soffitto; unico mobile rimasto -degli altri ha fatto legna da ardere- un vecchio letto, al centro della stanza. Nella vita monotona di questa dolce e un po’ pazza padrona di casa, irrompe improvvisamente il signor Limone (Carlo Cosolo), appena evaso dal carcere.

Tra i due, lei in cerca di compagnia, lui di un tetto e di qualcosa da sgranocchiare, si instaura da subito uno stretto legame, indissolubile quanto assurdo. Limone, incatenato al letto, è costretto per un pezzo di pane o una carota, a recitare una preghiera alla repubblica, a indossare il baby doll e a cucire vestiti e cappellini per topi, incitato da Elisabetta: “Ottimismo, ottimismo, è questo che ci vuole in una tomba”!

Il testo dell’autore argentino, qui nella messa in scena del regista Sergio Sivori, diverte e allo stesso tempo fa riflettere lo spettatore, grazie soprattutto alla brillante interpretazione di Cristina Giordana e Carlo Cosolo, capaci di rendere con intelligente ironia la scrittura immaginifica di Wilcock.


Non solo teatro.it
Il "teatro della crudeltà"

L'associazione intitolata al nome di Claudio Gora - nome d'arte di Emilio Giordana, marito dell'attrice Marina Berti, grande attore, soprattutto di teatro ma anche di cinema, e regista, scomparso nel 1998 all'età di 85 anni -, promuove iniziative che approfondiscano la "conoscenza dell'uomo", affrontando problemi sociali e famigliari "mai soddisfatti del tutto", grazie alla riscoperta di autori di pregio, recuperando - attraverso interventi di riscrittura - una drammaturgìa di autori che hanno individuato "con grande acume la centralità dei problemi dell'uomo". L'associazione, promossa tra gli altri dal figlio di Claudio Gora, l'attore Andrea Giordana, ha la direzione artistica di Luigi Squarzina.
In questa prospettiva, è stato realizzato un progetto intitolato "I teatri della crudeltà": sono stati messi in scena, nelle più recenti stagioni, "L'ultimo giorno" (Nessuno tocchi Caino), tratto da Sergio Sivori, anche regista, dal racconto "L'ultimo giorno di un condannato a morte" di Victor Hugo; "Amen", di Sergio Sivori, ispirato a "Il rosario" di Federico De Roberto e, ora, "Elisabetta & Limone" di J.Rodolfo Wilcock - in scena fino a domenica 25 gennaio nella Sala Gassman del Teatro dell'Orologio (via de' Filippini 17/a - tel. 06/ 6875550).
Il primo testo, una sorta di pubblica arringa "travestita" da racconto in favore dell'abolizione della pena di morte, è stato modernizzato anzitutto sul piano linguistico. In un procedere serrato - un pendolo scandisce il passare del tempo, unico compagno/antagonista del condannato a morte -, le parole hanno perduto ogni pàtina ottocentesca in favore di intrusioni dialettali e neologismi.
"Amen", tratto dalla raccolta di novelle "Processi verbali" di De Roberto, è la trascrizione di un dramma - un ritratto espressionistico, lacerante - di una Sicilia feudale, specchio di un mondo chiuso, stretto, e pur ribelle a spietate "leggi di casata e ad avite costumanze" e di un "deserto morale di una coscienza di classe per la quale niente di nuovo succede né può succedere".
Nel Wilcock di "Elisabetta & Limone", si trovano uniti - come si legge in una breve nota di presentazione - il messaggio astratto e allucinato di Jorge Luis Borges (come lui argentino di origine anglosassone ma di fatto italiano avendo ottenuto la cittadinanza negli anni Settanta) e una sorta di "intelligenza pura di matrice neoilluministica": un racconto di tensioni concettuali, estri linguistici e lirismi, immaginazioni, ipotesi metafisiche e concretezze, con sulla scena due personaggi che esprimono "pensose considerazioni sulla nascita e sulla morte degli individui, sul loro fragile e provvisorio trascorrere in questo mondo, sulla loro ostinata e completa difesa e offesa di se stessi e degli altri".
Gli interpreti: Cristina Giordana e Carlo Cosolo. Regìa e spazio scenico di Sergio Sivori, costumi di Alice Gora.


ETI LA Critica ANNO I o NUMERO 7 15/30 NOVEMBRE 2001
Victor Hugo e la pena di morte
Le profezie del grande scrittore francese fanno ancora
scuotere le coscienze.

[Se bastasse la pressione dell'arte teatrale a far bandire nel mondo la pena capitale, o almeno ad arginarne l'infelice pratica, allora dovremmo augurarci cento, mille spettacoli come Condannato a morte che si rappresenta nella Sala Gassman dell'Orologio. L'autore del racconto, lo scrittore Victor Hugo, mai abbastanza conosciuto, è di quelli che passano nel proprio tempo per scuotere fortemente le coscienze e richiamarci all'impegno. E il grande patriarca francese fu vero profeta nell'agitare in pieno Ottocento la battaglia contro
la pena di morte fin nell'Assemblea
Nazionale. Nel racconto usa il "terrorismo" della paura di morire di un condannato nel poco tempo che lo separa dall'esecuzione. Il regista Sergio Sivori che lo ha messo in scena nella piccola sala di via de' Filippini, ne ha adattato l'esposizione narrativa tagliandola secondo i tempi e i suoni di una tensione ad altissima temperatura, con una densità espressiva che comunica angoscia senza requie. Nello spazio greve e claustrofobico domina l'emblema di una gabbia, e il condannato dà vita alla figura complessa del protagonista di Hugo un caricatissimo Franco Mannella vi grida la disperazione del nulla che sta per divorarlo e l'attaccamento ai segni visibili di vita, di tutto quanto durerà oltre la sua morte. Un altro personaggio in saio Cristina Giordana, incisivamente ambigua richiama appena con i gesti quella fede che vince la morte, ma si rivelerà poi essere il cupo messaggero del boia. Applausi prolungati, alla "prima", per tutti, anche per l'Associazione "Nessuno Tocchi Caino" che patrocina lo spettacolo.
Toni Colotta


IL TEMPO
giovedì 13 novembre 2003
Attendere la fine in una gabbia

"L'ultimo giorno", cupo dramma firmato da Sergio Sivori

Per il condannato alla pena capitale, la vita trascorsa in cella nell'attesa dell'estremo saluto può tingersi solo di follia. Imprescindibile come il dolore cagionato dal pensiero della separazione eterna: quella dalla madre, della moglie, e dalla figlioletta di appena tre anni. Dostoievskj scrive che "la sofferenza è la certezza di sapere il momento preciso della morte: si toglie con certezza l'estrema speranza"; ed è proprio la speranza che crolla sotto i piedi del "furibondo" protagonista de "L'ultimo giorno", un Franco Mannella perfettamente a suo agio nei panni di un condannato a morte che di morire proprio non ne vuol sapere.
È curioso il punto di vista del regista ed autore Sergio Sivori il quale, nel rielaborare lo scritto di Victor Hugo, assegna quasi totale importanza all'analisi psicologica del protagonista, ponendo in secondo piano l'aspetto immorale della pena capitale. Se il condannato a morte/Mannella bene interpreta la parte dell'animale chiuso in gabbia (non a caso l'azione incede incalzante all'interno di una enorme gabbia/scatola di legno), con queste esigue parole si mortifica l'etica che sottende l'atroce pena: gli uomini che applicano la pena di morte "si sono mai posti il problema che il condannato a morte possa avere un'anima e che potrebbe aiutare qualcuno?". Il problema della sofferenza viene poi risolto con un sola affermazione: eppure non c'è nessuno che possa affermare che questa "meccanica" non faccia soffrire.
L'altra tesi di Hugo, quella della "corresponsabilità sociale" (secondo cui criminali non si nasce) non viene qui minimamente sfiorata, mentre le reazioni fisiche ed antisocratiche del protagonista (che se potesse, evaderebbe subito dalla prigione) vengono a quasi sincronizzarsi con quelle del suo inconscio, che nella figura di Cristina Giordana trovano spessore ed inquietudine.
Giordana è una specie di martello invisibile, pronto a ricordargli il giorno e poi i minuti che precedono la sua morte; come i rintocchi anticipatori di una campana funebre, o i canti gregoriani che si alternano ad un suggestivo blues. "Condannato a morte. Condannato a morte!", è il canto d'un martirio che sgretola i ricordi più belli, i momenti trascorsi con la famiglia.
Gianluca Attanasio


LA REPUBBLICA
Giovedì 13 novembre 2003
Victor Hugo ,requisitoria contro la pena di morte
Da buon socialista, umanitario Victor Hugo scrisse nel 1830 un'accesa requisitoria contro la pena di morte in forma di racconto, "L'ultimo giorno di un condannato a morte", che a distanza di quasi due secoli, nel 2003 proclamato dall'Onu anno della moratoria planetaria contro le condanne capitali, è stato messo in scena a Firenze da Stefano Massini e adesso A Roma con il patrocinio di "Nessuno Tocchi Caino" in una nuova cersione adattata e diretta da Sergio Sivori.
Con il volto coperto come se fosse già pronto a salire sul patibolo il protagonista de "L'ultimo giorno", interpretato con forte visceralità da Franco Mannella, emerge dal buio della notte in una sorta di gabbia carceraria accompagnato da una figura femminile(Cristina Giordana) che Sivori ha immaginato come un controcanto più pacato e riflessivo, un angelo del dolore trasformato nel coro di una tragedia senza tempo. Scandite dall'ansia per il tempo che passa le parole dell'uomo diventano pietre scagliate contro le sbarre della prigione, brandelli d'anima e di carne viva soffiati, urlati verso la platea.
Nico Garrone


NAPOLI PIU'
Sabato 6 novembre 2004
" L'ultimo giorno" di un condannato da Victor Hugo a Sergio Sivori
"Dicono che non è niente. Che non si soffre.
Che è una fine dolce". La voce di un condannato a morte si leva dal buio di un'angusta e squallida cella per gridare, disperato, contro l'imminente destino. Mancano poche ore, l'alba,
e poi...un pendolo scandisce gli ultimi attimi, segna il passo del tempo che diventa un vortice
ineluttabile pronto a risucchiare con sè le speranze di un uomo. Il Teatro Elicantropo si è trasformato, giovedì sera, in una gabbia senza uscita, in una rete che intrappola il dolore, con "L'ultimo giorno" di Sergio Sivori, ispirato al racconto di Victor Hugo " L'ultimo giorno di un condannato a morte" e messo in scena dall'Associazione Claudio Gora con il patrocinio di "Nessuno tocchi Caino".
"Sono cinque settimane che ci pensa...", le tragiche parole pronunciate da una strana figura in nero aprono la storia di un carnefice che diventa improvvisamente vittima, di un uomo a cui è riservato lo stesso destino di coloro a cui ha tolto senza scrupoli la vita. La misteriosa signora, interpretata dalla brava Cristina Giordana, altri non è che il contraltare del condannato, la voce corale che lo accompagna verso il "miglio verde", ripercorrendo con il detenuto, l'espressivo Franco Mannella, i suoi ricordi, isuoi pensieri, i rimorsi, la sua rabbia.
Il testo del drammaturgo francese si è arricchito, così, di una commistione di linguaggi che coinvolgono lo spettatore, frastornato da suoni di lontani gong, nenie di bambini che riaffiorano alla mente, blues tristi e Miserere che avvolgono le ultime ore del condannato. Solo, inizia il suo monologo, in un crescendo di tensione, alternando momenti di fede, di purificazione, segnati dal rimorso, ad altri in cui forte e lancinante è il pensiero della morte che lo attende. Nessuno più è al sicuro. L'angoscia rapisce le menti dei presenti, un climax di luci intermittenti e battiti spaventosi prepara il pubblico a ciò che sta per accadere. Non si è immuni al linciaggio, al volere del popolo. Si può sperare, oggi, a distanza di due secoli di cambiamenti e modernità, che il diritto alla vita sia contemplato per tutti, indistintamente vittime e carnefici? Che il destino di un uomo non sia nelle mani di uno solo, giudice indegno, che sacrificando altari inutili non restituirà più ciò che è stato brutalmente negato? La compagnia romana sosterà al Decumano Maggiore fino al 14 novembre, con una piccola pausa dal8 al 11.
Laura Ruggeri


CORRIERE DELLA SERA
7 novembre 2004
Le immagini di una vita per "L'ultimo giorno"
Uno spettacolo contro la pena di morte, in tempi in cui l'esecuzione capitale, nelle forme più crude e barbariche, è tornata così tragicamente d'attualità. Lo presenta all'Elicantropo fino al 14 novembre, l' Associazione Claudio Gora di Roma diretta da Luigi Squarzina, utilizzando simbolicamente un racconto di victor hugo, "L'ultimo giorno di un condannato a morte", per trasformarlo in una denuncia senza luogo e senza tempo. Le cui uniche traiettorie palpabili sono un'atmosfera cupa ed oscura, un cubo con sbarre di legno e una sorta di pozzetto della purezza, che di tanto in tanto il condannato apre per intingere la mani nelle acque di un'impossibile innocenza. Nella riscrittura di Sergio Sivori per i due attori Franco Mannella e Cristina Giordana, "L'ultimo giorno", che è patrocinato fra l'altro dall'associazione umanitaria Nessuno tocchi Caino, diventa così l'occasione rapida e incisiva per raccontare le ore finali di un condannato, la sua disperazione, la perdita di senso per quei brandelli di tempo che lo separano dalla morte. E sotto la spinta di un irreversibile count down, quasi un macigno metaforico che minaccia di schiacciarlo attimo dopo attimo, il protagonista sceglie il ricordo di quei giorni " normali" che precedettero il fatidico omicidio. L'autore e regista di origine napoletana - come conferma in apertura un'inquietante registrazione d'epoca di "un canto a fronna" -, gioca col bilancino fra la contagiosa fibrillazione del predestinato (l'efficacissimo Franco Mannella con i suoi improvvisi e laceranti cambi di registro), e la raggelante " mediocritas", laica e religiosa, del coro, a cui dà voce sicura un'impenetrabile Cristina Giordana
Stefano De Stefano


ROMA
martedi 9 novembre 2004
Al Teatro Elicantropo
Angosce e rimorsi ne "L'ultimo giorno"
Napoli. Un uomo tra le pareti di una cella è attraversato da un'ansia febbrile: l'asfittico spazio vitale è pervaso dall'angoscia del prigioniero in un crescendo di tensione. E' un condannato a morte, che trascorre le ultime ore della sua pena in attesa dell'esecuzione. Dallo straordinario racconto "L'ultimo giorno di un condannato a morte" di Victor Hugo è tratto lo spettacolo di Sergio Sivori, "L'ultimo giorno", in cartellone al teatro Elicantropo fino a domenica . Al centro della scena c'è un'angusta cella, all'interno della quale si contorce il prigioniero: la mente è invasa da angosce, rimorsi, e la paura egemonizza ogni gesto, ogni parola. La rappresentazione si snoda attraverso il flusso tormentato di pensieri del protagonista: tutto sembra scaturire dalla mente del condannato, in un turbine di suoni, luci ora flebili, ora abbaglianti, remote suggestioni custodite in un angolo del cuore riaffiorano alla mente, in un'esplosione di terrore che si alterna a momenti di purificazione. L'uomo è in balia di pensieri cupi e angosciosi, in attesa di quell'attimo che gli arresterà il respiro: mentre un pendolo scandisce i battiti quel momento è sempre più vicino, la tensione cresce, l'atmosfera diviene greve e un'energia cupa lo assale. I rimorsi prendono vita e gli fanno da giudice spietato, si materializzano nella presenza di una tetra figura in nero dall'aura mortifera che si aggira fuori e dentro la prigione. Non ci sono vie di fuga, c'è solo la morte,lì, che lo attende...Il regista ha apportato alcune modifiche al racconto originale di Hugo, per adattarlo alla messa in scena: ha operato una interessante "modernizzazione" del testo sul piano linguistico rispetto alla letterarietà dell'originale. Ripulito di ogni patina ottocentesca, il linguaggio risulta incisivo, consono alla messa in scena teatrale.La scenografia è essenziale priva di inutili orpelli: agli artisti è affidato il compito di travolgere e suggestionare il pubblico, con quella magia che solo spazi come l'Elicantropo riescono oggi a ricreare. Gli interpreti sono Franco Mannella e Cristina Giordana. "L'ultimo giorno", messo in scena dall'Associazione Claudio Gora di Roma, ha il merito principale di riproporre quell'invettiva mascherata da racconto che Hugo scagliò contro la selva oscura dell' indifferenza e della bestialità, in favore dell'abolizione della pena di morte. Quali indicibili angosce possono attraversare un uomo di fronte alla certezza della data di morte? Un uomo che fortemente desidera vivere.
Nunzia Abet


IL MATTINO
4/11/2004
All’Elicantropo pena di morte in scena per il corpo e la mente
L'Elicantropo riconferma la sua fedeltà al teatro d'impegno civile e politico. E infatti ha aperto la stagione con «L'ultimo giorno», un testo di SERGIO SIVORI che - ispirato al celebre racconto di Victor Hugo «L'ultimo giorno di un condannato a morte» - costituisce, per l'appunto, una vera e propria requisitoria contro la pena capitale. Una requisitoria che trova il suo fulcro nella battuta, quasi un'epigrafe, «il corpo in una cella, la mente in un'idea». Ecco, dunque, che l'allestimento (Sivori firma anche la regia e lo spazio scenico) si fonda intelligentemente sullo scarto fra l'interno e l'esterno, ossia fra la condizione «minima» dell'uomo chiuso fra le sbarre in attesa dell'esecuzione e la dimensione «massima» della società, con la sua morale generica e le sue leggi impassibili. E tale scarto vien reso attraverso la presenza di una figura femminile che, di volta in volta, incarna - un po' come il coro della tragedia greca - l'autore del racconto, l'inconscio e/o la coscienza del condannato, il tribunale, l'opinione pubblica, il cappellano del carcere... giù giù sino a diventare - estrema immagine dell'oscillare fra il «minimo» e il «massimo» di cui sopra - il boia e la Morte insieme. Di conseguenza, giustamente la regia, mentre attribuisce a quella presenza femminile toni sognanti o gelidi, costringe il personaggio del condannato in un'altra e ben più terribile gabbia: quella di una fisicità risentita che non riesce mai ad andare oltre il proprio dolore e, quindi, a razionalizzarlo, per farsene un'arma contro le «anime belle» del prossimo. Ma qui, poi, sta il limite dello spettacolo. Al pur impegnatissimo interprete, Franco Mannella, manca il sostegno di una misura convincente inscritta nella metafora, sicché la sua prova s'arena o in un urlare scomposto o nella sentenziosità da manifesto, quest'ultima, per giunta, in contrasto con l'intento - esplicitamente dichiarato da Sivori - di neutralizzare la letterarietà di Hugo. Più lineare e, perciò, appropriata la coprotagonista Cristina Giordana.
Enrico Fiore


LA REPUBBLICA — 02 novembre 2004   - NAPOLI

... All' Elicantropo l' orrore della pena di morte come filo conduttore de L' ultimo giorno, scritto e diretto da Sergio Sivori da un racconto di Victor Hugo; in scena Franco Mannella e Cristina Giordana. ... Giulio Baffi


CORRIERE MERCANTILE
Sabato 20 novembre 2004
Grido contro la pena di morte
(Buona interpretazione degli attori Franco Mannella e Cristina Giordana (figlia di Claudio Gora) impegnati in un intenso dialogo. Efficace la regia di Sergio Sivori)
Teso Confronto tra un condannato e la sua coscienza. Bravi gli attori
Le ultime ore di un condannato a morte, l'angoscia, la paura prima del patibolo, ecco che cos'è "L'ultimo giorno"che l'Associazione Claudio Gora porta in scena fino a domenica al teatro Garage. Scritto e diretto da Sergio Sivori e interpretato da Franco Mannella e Cristina Giordana(figlia di Claudio Gora ndr) è tratto da un racconto di Victor Hugo, "L'ultimo giorno di un condannato a morte". Una denuncia, quella dell'autore dei "Miserabili", un grido lucido quanto isolato in favore della abolizione della pena di morte che i due interpreti rendono ancor più crudo e tragicamente attuale. Il testo è stato è stato modernizzato e, se pure ha perso un po' del suo romanticismo originario, ci ha guadagnato in contatto con la realtà. L'esperienza della pena di morte è assoluta, senza tempo.
In una cella smontabile si consuma il fitto dialogo
La scena si apre con il condannato imbavagliato e legato, con alle spalle una donna nerovestita e incappucciata: la sua coscienza, la società che lo ha condannato o la morte che lo attende, non è dato di saperlo. Sta di fatto che con lei intrattiene un dialogo continuo e critico, asfittico. Lei è il "coro" di questa tragedia come nella Grecia antica. I due sono entrambi chiusi in una cella allestita come una gabbia di legno chiaro, metaforicamente smontabile, esportabile ovunque, tipo Ikea. E li si sviluppano, tra accenti d'ra e un linguaggio contaminato da dialettismi e neologismi, le riflessioni del condannato.
Una dopo l'altra, come un count down esistenziale, una lotta contro il tempo, un approssimarsi sempre più alla requiem aeternam. Non senza dolore: "Dicono che non sia niente, che non si soffra. Come mai allora questa agonia di settimane? Questo rantolo di giorni,ore?". Ogni condannato perde gradualmente la sua proprietà di persona, diviene una cosa, i secondini parlano di lui in sua presenza, nessuno pensa che invece ha dentro un'intelligenza, un'anima, impreparata alla morte, mentre il coro conta ciò che gli resta: poche ore, poi la cella resterà vuota, ma non a lungo, c'è già chi è destinato ad occuparla. Il condannato si chiede quale sia il guadagno di questa perdita, qual è il senso di questo omicidio nella logica foucaultiana del sorvegliare e punire adottata dalla società moderna, dallo stato. Prima del patibolo c'è ancora spazio per un'abluzione, una botola che si apre e acqua che il condannato si riversa addosso come in un secondo battesimo.
Pièce ad alta tensione molto ben recitata
Uno spettacolo dalla durata limitata, solo quarantacinque minuti, ma che mantiene la tensione altissima dall'inizio alla fine. Per i suoi temi, attuali e sconcertanti, (lo spettacolo ha il patrocinio di "Nessuno tocchi Caino"), per l'ambientazione , l'uso delle luci, della musica, per i due interpreti molto bravi, la recitazione è infatti concitata, in costante iperventilazione. Il pubblico alla prima era purtroppo molto limitato.
G.R.


IL SECOLO XIX
21 novembre 2004
Al Garage questo pomeriggio l'associazione Gora
"L'ultimo giorno", monologo di un condannato a morte
Che grande piccolo spettacolo è stato regalato a Genova, che occasione perduta per il pubblico che lo ha quasi ignorato. Al Teatro Garage oggi pomeriggio l'ultima replica de"L'ultimo giorno", una novità italiana scritta e diretta da Sergio Sivori per l'eccellente interpretazione di Franco Mannella e Cristina Giordana. Il breve, intenso monologo a più voci è tratto dal racconto L'ultimo giorno di un condannato a morte che Victor Hugo scrisse nel 1828 contro la pena di morte. La pièce, che sta toccando le maggiori città italiane con grande successo, ha il patrocinio di "Nessuno tocchi Caino" e Amnesty International" ed è prodotta dall' Associazione Claudio Gora. Un'associazione culturale e teatrale la cui direzione artistica è affidata a Luigi Squarzina e che è nata nel 2000 in nome di Claudio Gora ( nome d'arte di Emilio Giordana), nato a Genova nel 1913 e scomparso nel 1998, indimenticato interprete di celebri spettacoli del Teatro Stabile come La bocca del lupo oltre che di numerosi film. Claudio Gora e Marina Berti hanno avuto cinque figli, tutti impegnati, in un modo o nell'altro nel mondo dello spettacolo e dll'arte. Cristina Giordana, nota attrice di teatro e della televisione, ha fatto una scelta difficile e coraggiosa e con i suoi compagni di avventura ha abbandonato il teatro ufficiale dove troppo spesso l'attore è un impiegato che timbra il cartellino, per battere le strade impervie ma, a giudicare dai risultati, molto gratificanti, del teatro civile di denuncia che presto troverà casa al Portuense di Roma, una "palestra" per attori che metteranno a disposizione anche di altre compagnie. L'ultimo giorno scandisce con l'implacabile precisione di un pendolo le 24 ore che precedono l'incontro di un condannato a morte con il gelido bacio, indolore, si diceva, della ghigliottina, un uomo che sa che la gelida pioggia che sta cadendo nel mattino della sua esecuzione durerà più di lui. L'uomo - uno straordinario Franco Mannella - è solo in una claustrofobica gabbia di legno che lascia passare lame di luce e voci di un esterno popolato di presenze "istituzionali" tutte suggerite da un'algida, inquietante Cristina Giordana che di volta in volta è la suora, il secondino, la Corte che emette la sentenza, il religioso che offre consolazione, il boia. Rigorosa e limpida la regia di Sivori
Giulina Manganelli


E-PROFESSIONESPETTACOLO.IT
L’ULTIMO GIORNO

Laboratorium Teatro – Roma
Dal 4 al 31 ottobre 2005

Un condannato a morte, una cella vuota, un coro che, come in una tragedia antica,  fa da controcanto al dolore, alla disperazione, alla paura. Nessuno scampo, solo l’attesa che si srotola di parole salendo vertiginosamente la china della tensione emotiva, in un climax spasmodico che culmina nell’ineluttabilità di una morte annunciata. “L’ultimo giorno” scritto e diretto da Sergio Sivori e tratto dal racconto di Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte” è un’angosciante e feroce condanna della pena di morte. Una condanna non espressa, ma insinuata negli spettatori proprio attraverso quell’ansia serpeggiante che li coglie fra le battute del dialogo serrato fra il condannato   e il suo compagno-antagonista. E il dubbio che nessuno sia estraneo alla bestialità del popolo che chiede a gran voce il sangue del condannato. Sivori riesce nella difficile impresa attraverso un’attenta e accurata operazione di modernizzazione dell’originale, a partire dalla lingua, che viene qui depurata dalla patina ottocentesca e resa più incisiva grazie a intrusioni dialettali e neologismi. Allo stesso modo tutta la mise en scene si fonda sulla contaminazione: quella del linguaggio, degli strumenti e degli effetti. Un insieme di grande efficacia che trascina il pubblico dall’inizio sul filo di una tensione emotiva che si fa spasmodica, fino al limite dell’insostenibile. Contribuiscono in modo decisivo le ottime interpretazioni di Franco Mannella, che rantola in scena il suo terrore e la sua disperazione di fronte ad un destino ormai ineluttabilmente segnato, e Cristina Giordana, ieratica e fatale come una moira.  “L’ultimo giorno”, bell’esempio di teatro “impegnato” e militante nell’accezione migliore dei termini, rappresenta anche lo spettacolo di inaugurazione del nuovo spazio che si configura come una novità assoluta nel panorama teatrale romano. “Uno spazio in cui chi lo abita è più importante dell’architettura – spiega Sergio Sivori – un luogo che possa ospitare il lavoro dell’attore anche al di fuori della specifica rappresentazione. Un training quotidiano, un laboratorio permanente,  un allenamento costante, duro, quasi monastico. Un lavoro che appartiene alla sfera intima dell’attore e il cui frutto viene trasmesso solo in parte al pubblico. I luoghi della ricerca a Roma sono pochi e spesso si tratta di una ricerca legata più al dato formale che sostanziale e genera spettacoli difficilmente fruibili. Il nostro lavoro sfocia invece in una semplicità assoluta e in una vera sinergia, un rapporto dinamico  fra attore e pubblico. Quello scambio che solo i grandi attori sanno mettere in atto e che trascina il pubblico in una dimensione sconosciuta, regalandogli la sensazione di appartenere a un tutto che è il rito del teatro>>.
Gloria Bondi


VISUM Ottobre 2005

Nasce a Roma Laboratorium Teatro, una casa per il teatro di ricerca
A Roma, nel cuore del quartiere Portuense, nasce un nuovo spazio teatrale pensato non solo per essere luogo di rappresentazione, ma anche sede di un laboratorio permanente e di una “palestra” per tutti quanti vogliano affrontare con serietà e dedizione un percorso di ricerca teatrale. Fortemente voluto dall’Associazione Claudio Gora, lo spazio si presenta come una bella novità nel panorama teatrale romano. Visum ne parla con Sergio Sivori, che oltre ad essere fra i fondatori e i creatori del Laboratorium Teatro ha anche tenuto a battesimo lo spazio con la regia della prima rappresentazione.“Uno spazio non convenzionale, dove è importante la struttura, l’architettura, la tecnica, ma ancora di più chi lo abita”. Inizia così la lunga chiacchierata di visum con Sergio Sivori. Artista poliedrico - attore, autore, regista, doppiatore – Sivori è oggi fra i fondatori di un nuovo spazio che sembra pensato apposta per dare una casa ad un modo di intendere il teatro: Laboratorium Teatro, in Via Ruspoli 87, nel cuore del quartiere Portuense.“L’idea di fondo - spiega - era creare uno spazio dove un gruppo di attori, già riuniti nell’Associazione Claudio Gora, potessero condurre un lavoro di ricerca. Una ricerca che deve andare oltre il puro aspetto formale e trasformarsi in un training quotidiano, indipendente dalle esigenze della singola e specifica rappresentazione. Si tratta di un lavoro iniziato diverso tempo fa con la fondazione dell’Associazione Claudio Gora e che oggi ha trovato finalmente una casa, un luogo fisico in cui svolgersi”.Quello che accomuna gli artisti dell’Associazione è un modo di intendere il teatro in cui alla passione si unisce il rigore, una costante attività di ricerca svolta attraverso un lavoro duro, costante, quasi monastico. “I luoghi della ricerca a Roma sono pochi – continua Sivori – e nella maggior parte dei casi si tratta di una ricerca limitata al piano formale, che genera spettacoli difficilmente fruibili da parte del pubblico. Per noi, invece, la ricerca è un lavoro profondo che solo in parte viene trasmesso al pubblico, ma che di fatto appartiene alla sfera intima dell’attore. Nel teatro convenzionale l’attore non ha la possibilità di lavorare quotidianamente – spiega – non si 'allena' tutto l’anno, ma in realtà dovrebbe farlo, come se fosse un atleta. Laboratorium Teatro è stato pensato per essere uno spazio di rappresentazione, ma anche un luogo dove condividere un laboratorio permanente in cui tutti coloro che desiderano portare avanti un lavoro di questo genere possano trovare ospitalità al di fuori dei meccanismi e delle tempistiche tradizionali”. Il risultato di questa ricerca è un teatro estremamente semplice e al tempo stesso raffinatissimo, con una forte idea di fondo. “Un attore deve sapersi trasformare per la scena, non restituire, come spesso invece accade, quotidianità – spiega Sivori – il teatro deve creare aspettativa nel pubblico, andare oltre quello che gli spettatori si aspettano, immetterli in una dimensione sconosciuta, toccare al contempo la memoria collettiva del pubblico e la propria memoria soggettiva, regalare loro la sensazione di appartenere ad un tutto che è il rito del teatro. Troppo spesso – continua – a teatro si è sopraffatti dal formale e questo di fatto impedisce al pubblico di immaginare, essere partecipe, fantasticare in un rapporto dinamico con l’attore. Per questo motivo il modo in cui offro una storia al pubblico è più importante della storia stessa. Attraverso il lavoro quotidiano, invece, gli attori imparano a dilatare la loro presenza nello spazio e ad essere essi stesso teatro. In assenza di una struttura fisica, il teatro esiste comunque, in assenza di un vero attore no”.Un esempio di questa personale e affascinante “filosofia del teatroSergio Sivori la fornisce con lo spettacolo di cui è autore e regista e che ha di fatto inaugurato il nuovo spazio: “L’ultimo giorno”, tratto dal racconto di Victor HugoL’ultimo giorno di un condannato a morte”. In scena Cristina Giordana e Franco Mannella, danno vita alle angosce, alle paure, all’attesa di un condannato a morte, chiuso nella sua ultima cella. Intenso e carico di tensione, lo spettacolo è di fatto una dolorosa arringa contro la pena di morte. Una morte attesa, annunciata e ormai inderogabile, che trova il condannato solo con i suoi fantasmi e il suo terrore.“Questo spettacolo è un esempio di ciò che intendo – conclude Sivori – un teatro vero, onesto, semplice e senza fronzoli, quasi umile in cui gli unici elementi che si spogliano di questa umiltà sono proprio gli attori, grazie alla consapevolezza che hanno del loro ruolo e di ciò che stanno facendo. Un teatro artigianale, in cui ogni scelta viene curata senza fretta. Un teatro visto come missione. Un teatro in cui il pubblico si rende conto che a monte c’è molto più di quello che vede in scena e l’attore riesce a catalizzare le energie degli altri e renderli 'luminosi' insieme a lui. Creare scambio. E’ questa la differenza: l’istrione si esibisce senza creare sinergie. Il grande attore, invece, lo fa”.
Gloria Bondi


LA REPUBBLICA - 06 dicembre 2003 —  ROMA

teatro duse In via Crema 8; telefono 06.7013522. Da stasera è in scena lo spettacolo di Sergio Sivori Amen, una commedia che fa parte del progetto intitolato "I Teatri della Crudeltà". La storia, ambientata nella Sicilia feudale...


LA REPUBBLICA 24 ottobre 2003 - ROMA

Proseguono le rappresentazioni de L' ultimo giorno, il celebre testo di Victor Hugo, rivisitato da Sergio Sivori, che ha curato anche la regia. In scena Franco Mannella e Cristina Giordana


Repubblica 27 settembre 2003  - Roma

Il principe K e la Woolf un carnet da gran sipario

Se volete sentire a teatro Shakespeare, Dostoevskij, Queneau, Viviani, la Woolf, Wilcock o Sepulveda o De Simone, se volete misurarvi con questi autori e con altri scrittori contemporanei in uno spazio-studio, potete sfogliare il catalogo di una sala storica come il Teatro dell' Orologio, con tre programmazioni. Si va da "Lo strano sogno del principe K" di Moretti da Dostoevskij con De Silva-Loreti a "Il fazzoletto di Dostoevskij" di e con Giuseppe Manfridi. Da "Macbeth ovvero: La tragedia del delitto" con adattamento e regia di Riccardo Cavallo a "Progetto Virginia Woolf", spettacolo ancora di Cavallo, sempre con Claudia Balboni. Nel cartellone fa spicco "Quanno pazziavo 'o strummolo", oratorio di Roberto De Simone in forma di concerto su testi e musiche di Viviani. E c' è anche la secessione di "Fratelli d' Italia" di Francesco Frangipane con Mariano Rigillo, "Elisabetta e Limone" di Wilcock con regia di Sergio Sivori, "Diario di un killer sentimentale" di Sepulveda con Daniele Nuccetelli, il ritorno di "Esercizi di stile" di Queneau con Guadagno-Modugno-Pannofino, una "Salomè" in musical, e testi anche di Trionfo-Salveti, Cigliano, Randazzo, Reim, Sambo-Sapio, Sanna, Pesce. (rodolfo di giammarco)


REPUBBLICA — 10 aprile 2001   GENOVA

Cinema, teatro: omaggio a Claudio Gora

Genova ricorda oggi Claudio Gora (19131998), attore e regista che a Genova era nato ed era vissuto fino a tutti gli anni '30, prima di trasferirsi a Roma per svolgere pienamente la sua attività teatrale e cinematografica. Alle ore 18 verrà inaugurata una mostra di fotografie nel Foyer del Teatro della Corte. Nella stessa occasione verrà presentato il suo libro di poesie "Melancoria". Il programma della rassegna dedicata a Gora prosegue nella serata: alle 20.45 il cineclub Lumière gli dedica un omaggio che comprende la proiezione dei film "Febbre di vivere" (1953, sua la regia) e "Un maledetto imbroglio" (di Pietro Germi, con memorabile interpretazione di Gora): in entrambi i casi, saranno presenti, per un incontro col pubblico, la vedova, Marina Berti, e i figli Andrea e Cristina Giordana. Claudio Gora si chiamava in realtà Emilio Giordana. A Genova era rimasto sino a completare gli studi universitari, conseguendo la laurea in Giurisprudenza. Trasferitosi a Roma alla fine degli anni Trenta, ebbe per cinquant' anni un' intensa attività d' attore, sia al cinema che al teatro, e in televisione, interpretando 130 film e distinguendosi soprattutto per ruoli di borghesi eleganti e cinici. Meno celebre è rimasta invece la sua opera di regista, che cominciò nel 1950 con "Il cielo è rosso" (tratto da Giuseppe Berto) e culminò nel 1953 con "Febbre di vivere", vincitore del «Nastro d' argento» per la miglior regia: in seguito ha diretto altri sette film, e sarebbe auspicabile prima o poi una rassegna genovese di tutte le sue regie. (r.v.)


IL TEMPO - martedì 14 marzo 2000
POESIE, FILM e PROMOZIONE LETTERARIA IN NOME DI CLAUDIO GORA
Inaugurata ieri l'associazione culturale

Un'associazione culturale forse è il più grande riconoscimento che un artista possa sperare. Così Claudio Gora, a due anni dalla morte, sarà ricordato grazie alla nascita dell'Associazione culturale che porta il suo nome. Un viaggio a ritroso nella storia di un personaggio molto caro al pubblico italiano culminata ieri in un giorno di festa presso l'Istituto Villa Flaminia.
Il programma della manifestazione è stato particolarmente fitto: sono stati proiettati spezzoni di suoi film come quel "Febbre di vivere" che gli valse il Nastro d'Argento come regista e che fu anche il primo film interpretato da Marcello Mastroianni.
Una mostra fotografica ripercorre le tappe principali della carriera artistica dell'attore, una galleria di situazioni e personaggi legati alle sue migliori interpretazioni. Nell'occasione è stata distribuita copia del libro-documento che contiene una raccolta di sue poesie inedite. Il titolo della raccolta è "Malincoria", curata dalla poetessa Mia Lecomte.
Dunque ieri si è riunita l'intera famiglia dell'attore che conta non pochi artisti come la moglie Marina Berti e il figlio Andrea Giordana che ha spiegato gli intenti della neonata Associazione: promuovere il teatro e la cultura letteraria sposata all'impegno sociale.
Per finire, un dibattito patrocinato dall'Accademia d'Arte drammatica in collaborazione con l'Anica e il comune di Frascati. Tra i relatori, Mario Missiroli, Luigi Squarzina, Suso Cecchi d'Amico, Giorgio Ferrara, Paolo Bonacelli, Ivana Monti, Margaret Mazzantini, Leopoldo Trieste, Marco Sciaccaluga.


LA GAZZETTA DI PARMA marzo 2000
POESIA DI CLAUDIO GORA STRUGGENTE E CINICA
L'attore è stato ricordato a due anni dalla morte

Sto correndo senza più fiato: solo la speranza mi corre dietro. Ma non ce la fa! Io sì, io voglio arrivare a toccare il Duemila, voglio sentire il suo vagito, in una culla ossigenata... ridere la prima volta, a torte in faccia... vedere il terzo mondo, sereno, in galleria, a fare acquisti... Da "Malincoria" di Emilio Giordana, in arte Claudio Gora. L'attore era anche poeta. Il libro-documento, curato dalla Mia Lecomte, uscito in questi giorni, é una sorpresa. Poesie tradizionali nello schema metrico; ma versi, che nei contenuti hanno qualcosa di molto moderno, poesie struggenti e ciniche, uno sguardo spietato e commosso sulla realtà.
Claudio Gora il duemila non lo ha toccato, e a due anni dalla morte, la figlia Cristina ha voluto ricordare il padre riunendo tutta la famiglia, dalla moglie Marina Berti al più noto dei cinque figli Andrea Giordana e amici come Squarzina, Suso Cecchi d'Amico, Kezich, Massimo Lopez, Bonacelli, Lino Patruno, Zaccariello, Ivana Monti, Margaret Mazzantini, Sergio Castellito, Lizzani, che nell'occasione hanno dato un loro contributo in termini di ricordi, aneddoti e giudizi sulla regia, sull'attività teatrale e cinematografica dell'attore. Perché Claudio Gora di film ne ha interpretati ben 130, e 10 come regista. Ricordiamo certamente Un maledetto imbroglio di Germi o Il sorpasso di Dino Risi, ma non si possono dimenticare Trappola d'amore del '39, film dell'esordio di Gora, quando ancora stava a Genova, sua città natale, dove aveva fondato e diretto il Teatro Sperimentale Luigi Pirandello. Quanti hanno visto per esempio Febbre di vivere ? Il primo film interpretato da Marcello Mastroianni e diretto da Gora nel 1953 per il quale l'attore-regista si meritò il Nastro d'argento. Film interessante, importante e coraggioso per gli anni Cinquanta perché affrontava il tema dell'aborto. Sarebbe una buona cosa se la Rai inserisse nella programmazione anche i film di questo bravo attore che ha portato sullo schermo tanti "tipi italiani". Ora, Cristina Giordana, la piccola di casa, ha deciso con il marito Sergio Sivori, anche lui attore, e con un gruppo di professionisti (attori, scrittori, artisti di diversa estrazione), di fondare l'Associazione Culturale Claudio Gora, non solo per rimediare al silenzio calato sull'adorato padre, ma anche per promuovere il teatro e la cultura letteraria in generale, e con l'intenzione di un serio impegno nel sociale. Nell' immediato un impegno rivolto a una politica culturale a favore dell'integrazione dell'immigrazione. E poi pensare ai bambini. Sono in programma infatti case-famiglia dove si insegni ai piccoli a crescere con una preparazione artistica su cui impostare il proprio futuro. Progetti che saranno affiancati da battaglie come quella dell'abolizione della pena di morte... Edda Lavezzini Stagno


CORRIERE DELLA SERA - giovedì 9 marzo 2000
L'ATTORE GENTILUOMO UN'ASSOCIAZIONE IN RICORDO DI CLAUDIO GORA
Lunedì la presentazione con la proiezione dei suoi film e una mostra

Il patrimonio degli attori italiani è sempre stato ricco, anche se la stampa ha denunciato e amplificato carenze. Eppure, il nostro cinema ha avuto grandissimi professionisti (e una nuova generazione sta crescendo) che spesso hanno lavorato un poco nell'ombra ma fino all'ultimo; lunghe carriere, pur nella disattenzione che molto sovente caratterizza il nostro mercato.
Uno dei nomi nelle prime posizioni di questa categoria è certamente Claudio Gora, all'anagrafe Emilio Giordana, che ha creato anche una generazione di "figli d'arte", con la sua numerosa e bellissima famiglia, e di pupilli cinematografici e teatrali. Finalmente, il 13 marzo nascerà l'"Associazione culturale Claudio Gora" che sarà presentata lunedì 13 alle ore 15 al teatro dell'Istituto Villa Flaminia, in viale del Vignola 56. Così sarà ricordato da tutti questo grande nome del nostro cinema, e di quello francese, vitalissimo, eclettico, elegante e da giovane anche molto bello, un autentico gentiluomo.
Gora, pur essendo nato a Genova, nel 1913 ed essersi laureato in Giurisprudenza lontano da Roma, poi si è sempre considerato un romano "adottivo", anche se amava ricordare i suoi anni giovani di appassionato membro dell'allora Cine-Guf di Genova. E' anche ripercorrendo le carriere di attori come Gora che si ricostruisce la nostra più vera storia del cinema quando il prodotto medio e di qualità, non solo comico o nazional-popolare, salvava il mercato.
A due anni dalla sua morte, la nascita dell'associazione culturale a suo nome sarà una festa e un percorso a ritroso, ricco di nomi e titoli cari al pubblico italiano. Il programma della giornata del 13 prevede, oltre a spezzoni di film, anche la proiezione di "Febbre di vivere", un film del 1953 con Massimo Serato, Marina Berti (moglie di Gora), Anna Maria Ferrero, Marcello Mastroianni, Vittorio Caprioli e persino una pittrice che era per molti aspetti una bandiera della Roma di via Margutta, Novella Parigini. Questo è uno dei più interessanti e misconosciuti film degli anni Cinquanta, coraggioso anche perché affrontava il tema dell'aborto. Il film valse un Nastro d'argento a Gora e, tra l'altro, è davvero il primo interpretato da Mastroianni in un ruolo importante, quello dell'amico tradito dal cinico protagonista Massimo Serato. La sceneggiatura di questo film fu scritta in collaborazione con Suso Cecchi d'Amico e, tra gli altri, anche Leopoldo Trieste.
Una grande e curatissima mostra fotografica ripercorrerà le tappe principali della carriera artistica di Gora. Si partirà dall'inizio, da quando giovanissimo a Genova fondò e diresse il Teatro Sperimentale Luigi Pirandello per poi esordire nel cinema con il film "Trappola d'amore" di Matarazzo, 1939, con Paolo Stoppa. Infatti, prima di essere diretto da Luigi Zampa in "Signorinette" con Carla Del Poggio, Gora ha recitato per tutta la nostra vecchia guardia di registi, come Poggioli, Brignone, Gallone, a fianco di Isa Miranda, Rossano Brazzi, Laura Adani, Luisa Ferida, Mariella Lotti. E Blasetti lo scelse per "Nessuno torna indietro".
Poi, in un secondo arco, recitò per Lattuada in "La tempesta", e cominciò a essere richiesto dal cinema francese, da Dino Risi (anche in "Il sorpasso"), Francesco Maselli (per "I delfini"), Antonio Pietrangeli e Pietro Germi (che lo volle in "Un maledetto imbroglio", film che gli procurò un altro Nastro d'argento), e tantissimi altri, come Festa Campanile, lo scritturarono sempre per ruoli importanti. Ma anche nei suoi cammei, Gora era sardonico e tenero, brillante e paterno, e lo restò fino alla fine recitando nei filoni più disparati e anche avventurosi. Nel cassetto un piccolo libro di poesie Lunedì, alla presentazione dell'"Associazione culturale Claudio Gora" sarà presente al completo la famiglia dell'attore: la moglie Marina Berti e i cinque figli, tre dei quali sono attori. Andrea Giordana, il maggiore, itrodurrà i relatori, da Suso Cecchi d'Amico a Massimo Lopez, da Luigi Squarzina a Leopoldo Trieste e tante personalirà del mondo dello spettacolo, come Lino Patruno, e i giovani che lo amavano e rispettavano come Margaret Mazzantini.
Nell'occasione sarà presentato un delicato e piccolo libro di poesie di Gora (a cura di Mia Lecomte) inedite e molto belle, con un'introduzione toccante scritta dallo stesso attore, uno dei non numerosi davvero colti del nostro panorama di ieri e di oggi. Scrive Gora:"Sto correndo da ottantadue anni solo la speranza mi corre dietro/ voglio riconoscere l'infanzia, l'adolescenza, la maturità, la vecchiaia..".

Giovanni Grassi


 

 

 

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