Story
In una cella un condannato a morte trascorre gli ultimi giorni della sua pena, prima dell'esecuzione della sentenza di morte.
Il famoso testo di Victor Hugo (del quale ricorre il bicentenario), una sorta di pubblica arringa travestita da racconto in favore dell'abolizione della pena di morte, è stato modernizzato anzitutto sul piano linguistico.
In un procedere serrato, in cui il movimento del linguaggio sembra seguire quello del pendolo, scandire il tempo che è l'unico compagno-antagonista del condannato, le parole sono state purgate di ogni patina ottocentesca in favore di una lingua incisiva, con intrusioni dialettali, e neologismi, tutti volti a scalfire una certa letterarietà dell'originale. Il condannato è solo, ma il suo monologo si moltiplica nelle voci del coro che, come nella tragedia antica, fa da controcanto ed insieme da "maestro" del suo dolore e della sua paura.
La regia, come il testo, è fondata sulla contaminazione: di linguaggi (suono, movimento, canto, poesia), di strumenti ed effetti (ombre, luci, rumori) che costruiscono in crescendo quella tensione che culmina con la gelida interruzione di ogni emozione, con la morte assegnata.
Uno spettacolo dolorosamente coinvolgente, che non permette mai al pubblico di sentirsi al sicuro, soffiandogli continuamente sul collo che nessuno può ritenersi estraneo alla bestialità del popolo smaniante. A meno di capire. E per capire bisogna sentire, fortemente. E questo è il tentativo de "L'ultimo giorno ".







foto by Claudio Velardo
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ETI LA Critica ANNO I o NUMERO 7 15/30 NOVEMBRE 2001
Victor Hugo e la pena di morte
Le profezie del grande scrittore francese fanno ancora
scuotere le coscienze.
[Se bastasse la pressione dell'arte teatrale a far bandire nel mondo la pena capitale, o almeno ad arginarne l'infelice pratica, allora dovremmo augurarci cento, mille spettacoli come Condannato a morte che si rappresenta nella Sala Gassman dell'Orologio. L'autore del racconto, lo scrittore Victor Hugo, mai abbastanza conosciuto, è di quelli che passano nel proprio tempo per scuotere fortemente le coscienze e richiamarci all'impegno. E il grande patriarca francese fu vero profeta nell'agitare in pieno Ottocento la battaglia contro
la pena di morte fin nell'Assemblea
Nazionale. Nel racconto usa il "terrorismo" della paura di morire di un condannato nel poco tempo che lo separa dall'esecuzione. Il regista Sergio Sivori che lo ha messo in scena nella piccola sala di via de' Filippini, ne ha adattato l'esposizione narrativa tagliandola secondo i tempi e i suoni di una tensione ad altissima temperatura, con una densità espressiva che comunica angoscia senza requie. Nello spazio greve e claustrofobico domina l'emblema di una gabbia, e il condannato dà vita alla figura complessa del protagonista di Hugo un caricatissimo Franco Mannella vi grida la disperazione del nulla che sta per divorarlo e l'attaccamento ai segni visibili di vita, di tutto quanto durerà oltre la sua morte. Un altro personaggio in saio Cristina Giordana, incisivamente ambigua richiama appena con i gesti quella fede che vince la morte, ma si rivelerà poi essere il cupo messaggero del boia. Applausi prolungati, alla "prima", per tutti, anche per l'Associazione "Nessuno Tocchi Caino" che patrocina lo spettacolo.
Toni Colotta
IL TEMPO
giovedì 13 novembre 2003
Attendere la fine in una gabbia
"L'ultimo giorno", cupo dramma firmato da Sergio Sivori
Per il condannato alla pena capitale, la vita trascorsa in cella nell'attesa dell'estremo saluto può tingersi solo di follia. Imprescindibile come il dolore cagionato dal pensiero della separazione eterna: quella dalla madre, della moglie, e dalla figlioletta di appena tre anni. Dostoievskj scrive che "la sofferenza è la certezza di sapere il momento preciso della morte: si toglie con certezza l'estrema speranza"; ed è proprio la speranza che crolla sotto i piedi del "furibondo" protagonista de "L'ultimo giorno", un Franco Mannella perfettamente a suo agio nei panni di un condannato a morte che di morire proprio non ne vuol sapere.
È curioso il punto di vista del regista ed autore Sergio Sivori il quale, nel rielaborare lo scritto di Victor Hugo, assegna quasi totale importanza all'analisi psicologica del protagonista, ponendo in secondo piano l'aspetto immorale della pena capitale. Se il condannato a morte/Mannella bene interpreta la parte dell'animale chiuso in gabbia (non a caso l'azione incede incalzante all'interno di una enorme gabbia/scatola di legno), con queste esigue parole si mortifica l'etica che sottende l'atroce pena: gli uomini che applicano la pena di morte "si sono mai posti il problema che il condannato a morte possa avere un'anima e che potrebbe aiutare qualcuno?". Il problema della sofferenza viene poi risolto con un sola affermazione: eppure non c'è nessuno che possa affermare che questa "meccanica" non faccia soffrire.
L'altra tesi di Hugo, quella della "corresponsabilità sociale" (secondo cui criminali non si nasce) non viene qui minimamente sfiorata, mentre le reazioni fisiche ed antisocratiche del protagonista (che se potesse, evaderebbe subito dalla prigione) vengono a quasi sincronizzarsi con quelle del suo inconscio, che nella figura di Cristina Giordana trovano spessore ed inquietudine.
Giordana è una specie di martello invisibile, pronto a ricordargli il giorno e poi i minuti che precedono la sua morte; come i rintocchi anticipatori di una campana funebre, o i canti gregoriani che si alternano ad un suggestivo blues. "Condannato a morte. Condannato a morte!", è il canto d'un martirio che sgretola i ricordi più belli, i momenti trascorsi con la famiglia.
Gianluca Attanasio
LA REPUBBLICA
Giovedì 13 novembre 2003
Victor Hugo ,requisitoria contro la pena di morte
Da buon socialista, umanitario Victor Hugo scrisse nel 1830 un'accesa requisitoria contro la pena di morte in forma di racconto, "L'ultimo giorno di un condannato a morte", che a distanza di quasi due secoli, nel 2003 proclamato dall'Onu anno della moratoria planetaria contro le condanne capitali, è stato messo in scena a Firenze da Stefano Massini e adesso A Roma con il patrocinio di "Nessuno Tocchi Caino" in una nuova cersione adattata e diretta da Sergio Sivori.
Con il volto coperto come se fosse già pronto a salire sul patibolo il protagonista de "L'ultimo giorno", interpretato con forte visceralità da Franco Mannella, emerge dal buio della notte in una sorta di gabbia carceraria accompagnato da una figura femminile(Cristina Giordana) che Sivori ha immaginato come un controcanto più pacato e riflessivo, un angelo del dolore trasformato nel coro di una tragedia senza tempo. Scandite dall'ansia per il tempo che passa le parole dell'uomo diventano pietre scagliate contro le sbarre della prigione, brandelli d'anima e di carne viva soffiati, urlati verso la platea.
Nico Garrone
NAPOLI PIU'
Sabato 6 novembre 2004
" L'ultimo giorno" di un condannato da Victor Hugo a Sergio Sivori
"Dicono che non è niente. Che non si soffre.
Che è una fine dolce". La voce di un condannato a morte si leva dal buio di un'angusta e squallida cella per gridare, disperato, contro l'imminente destino. Mancano poche ore, l'alba,
e poi...un pendolo scandisce gli ultimi attimi, segna il passo del tempo che diventa un vortice
ineluttabile pronto a risucchiare con sè le speranze di un uomo. Il Teatro Elicantropo si è trasformato, giovedì sera, in una gabbia senza uscita, in una rete che intrappola il dolore, con "L'ultimo giorno" di Sergio Sivori, ispirato al racconto di Victor Hugo " L'ultimo giorno di un condannato a morte" e messo in scena dall'Associazione Claudio Gora con il patrocinio di "Nessuno tocchi Caino".
"Sono cinque settimane che ci pensa...", le tragiche parole pronunciate da una strana figura in nero aprono la storia di un carnefice che diventa improvvisamente vittima, di un uomo a cui è riservato lo stesso destino di coloro a cui ha tolto senza scrupoli la vita. La misteriosa signora, interpretata dalla brava Cristina Giordana, altri non è che il contraltare del condannato, la voce corale che lo accompagna verso il "miglio verde", ripercorrendo con il detenuto, l'espressivo Franco Mannella, i suoi ricordi, isuoi pensieri, i rimorsi, la sua rabbia.
Il testo del drammaturgo francese si è arricchito, così, di una commistione di linguaggi che coinvolgono lo spettatore, frastornato da suoni di lontani gong, nenie di bambini che riaffiorano alla mente, blues tristi e Miserere che avvolgono le ultime ore del condannato. Solo, inizia il suo monologo, in un crescendo di tensione, alternando momenti di fede, di purificazione, segnati dal rimorso, ad altri in cui forte e lancinante è il pensiero della morte che lo attende. Nessuno più è al sicuro. L'angoscia rapisce le menti dei presenti, un climax di luci intermittenti e battiti spaventosi prepara il pubblico a ciò che sta per accadere. Non si è immuni al linciaggio, al volere del popolo. Si può sperare, oggi, a distanza di due secoli di cambiamenti e modernità, che il diritto alla vita sia contemplato per tutti, indistintamente vittime e carnefici? Che il destino di un uomo non sia nelle mani di uno solo, giudice indegno, che sacrificando altari inutili non restituirà più ciò che è stato brutalmente negato? La compagnia romana sosterà al Decumano Maggiore fino al 14 novembre, con una piccola pausa dal8 al 11.
Laura Ruggeri
CORRIERE DELLA SERA
7 novembre 2004
Le immagini di una vita per "L'ultimo giorno"
Uno spettacolo contro la pena di morte, in tempi in cui l'esecuzione capitale, nelle forme più crude e barbariche, è tornata così tragicamente d'attualità. Lo presenta all'Elicantropo fino al 14 novembre, l'Associazione Claudio Gora di Roma diretta da Luigi Squarzina, utilizzando simbolicamente un racconto di victor hugo, "L'ultimo giorno di un condannato a morte", per trasformarlo in una denuncia senza luogo e senza tempo. Le cui uniche traiettorie palpabili sono un'atmosfera cupa ed oscura, un cubo con sbarre di legno e una sorta di pozzetto della purezza, che di tanto in tanto il condannato apre per intingere la mani nelle acque di un'impossibile innocenza. Nella riscrittura di Sergio Sivori per i due attori Franco Mannella e Cristina Giordana, "L'ultimo giorno", che è patrocinato fra l'altro dall'associazione umanitaria Nessuno tocchi Caino, diventa così l'occasione rapida e incisiva per raccontare le ore finali di un condannato, la sua disperazione, la perdita di senso per quei brandelli di tempo che lo separano dalla morte. E sotto la spinta di un irreversibile count down, quasi un macigno metaforico che minaccia di schiacciarlo attimo dopo attimo, il protagonista sceglie il ricordo di quei giorni " normali" che precedettero il fatidico omicidio. L'autore e regista di origine napoletana - come conferma in apertura un'inquietante registrazione d'epoca di "un canto a fronna" -, gioca col bilancino fra la contagiosa fibrillazione del predestinato (l'efficacissimo Franco Mannella con i suoi improvvisi e laceranti cambi di registro), e la raggelante " mediocritas", laica e religiosa, del coro, a cui dà voce sicura un'impenetrabile Cristina Giordana
Stefano De Stefano
ROMA
martedi 9 novembre 2004
Al Teatro Elicantropo
Angosce e rimorsi ne "L'ultimo giorno"
Napoli. Un uomo tra le pareti di una cella è attraversato da un'ansia febbrile: l'asfittico spazio vitale è pervaso dall'angoscia del prigioniero in un crescendo di tensione. E' un condannato a morte, che trascorre le ultime ore della sua pena in attesa dell'esecuzione. Dallo straordinario racconto "L'ultimo giorno di un condannato a morte" di Victor Hugo è tratto lo spettacolo di Sergio Sivori, "L'ultimo giorno", in cartellone al teatro Elicantropo fino a domenica . Al centro della scena c'è un'angusta cella, all'interno della quale si contorce il prigioniero: la mente è invasa da angosce, rimorsi, e la paura egemonizza ogni gesto, ogni parola. La rappresentazione si snoda attraverso il flusso tormentato di pensieri del protagonista: tutto sembra scaturire dalla mente del condannato, in un turbine di suoni, luci ora flebili, ora abbaglianti, remote suggestioni custodite in un angolo del cuore riaffiorano alla mente, in un'esplosione di terrore che si alterna a momenti di purificazione. L'uomo è in balia di pensieri cupi e angosciosi, in attesa di quell'attimo che gli arresterà il respiro: mentre un pendolo scandisce i battiti quel momento è sempre più vicino, la tensione cresce, l'atmosfera diviene greve e un'energia cupa lo assale. I rimorsi prendono vita e gli fanno da giudice spietato, si materializzano nella presenza di una tetra figura in nero dall'aura mortifera che si aggira fuori e dentro la prigione. Non ci sono vie di fuga, c'è solo la morte,lì, che lo attende...Il regista ha apportato alcune modifiche al racconto originale di Hugo, per adattarlo alla messa in scena: ha operato una interessante "modernizzazione" del testo sul piano linguistico rispetto alla letterarietà dell'originale. Ripulito di ogni patina ottocentesca, il linguaggio risulta incisivo, consono alla messa in scena teatrale.La scenografia è essenziale priva di inutili orpelli: agli artisti è affidato il compito di travolgere e suggestionare il pubblico, con quella magia che solo spazi come l'Elicantropo riescono oggi a ricreare. Gli interpreti sono Franco Mannella e Cristina Giordana. "L'ultimo giorno", messo in scena dall'Associazione Claudio Gora di Roma, ha il merito principale di riproporre quell'invettiva mascherata da racconto che Hugo scagliò contro la selva oscura dell' indifferenza e della bestialità, in favore dell'abolizione della pena di morte. Quali indicibili angosce possono attraversare un uomo di fronte alla certezza della data di morte? Un uomo che fortemente desidera vivere.
Nunzia Abet
IL MATTINO
4/11/2004
All’Elicantropo pena di morte in scena per il corpo e la mente
L'Elicantropo riconferma la sua fedeltà al teatro d'impegno civile e politico. E infatti ha aperto la stagione con «L'ultimo giorno», un testo di SERGIO SIVORI che - ispirato al celebre racconto di Victor Hugo «L'ultimo giorno di un condannato a morte» - costituisce, per l'appunto, una vera e propria requisitoria contro la pena capitale. Una requisitoria che trova il suo fulcro nella battuta, quasi un'epigrafe, «il corpo in una cella, la mente in un'idea». Ecco, dunque, che l'allestimento (Sivori firma anche la regia e lo spazio scenico) si fonda intelligentemente sullo scarto fra l'interno e l'esterno, ossia fra la condizione «minima» dell'uomo chiuso fra le sbarre in attesa dell'esecuzione e la dimensione «massima» della società, con la sua morale generica e le sue leggi impassibili. E tale scarto vien reso attraverso la presenza di una figura femminile che, di volta in volta, incarna - un po' come il coro della tragedia greca - l'autore del racconto, l'inconscio e/o la coscienza del condannato, il tribunale, l'opinione pubblica, il cappellano del carcere... giù giù sino a diventare - estrema immagine dell'oscillare fra il «minimo» e il «massimo» di cui sopra - il boia e la Morte insieme. Di conseguenza, giustamente la regia, mentre attribuisce a quella presenza femminile toni sognanti o gelidi, costringe il personaggio del condannato in un'altra e ben più terribile gabbia: quella di una fisicità risentita che non riesce mai ad andare oltre il proprio dolore e, quindi, a razionalizzarlo, per farsene un'arma contro le «anime belle» del prossimo. Ma qui, poi, sta il limite dello spettacolo. Al pur impegnatissimo interprete, Franco Mannella, manca il sostegno di una misura convincente inscritta nella metafora, sicché la sua prova s'arena o in un urlare scomposto o nella sentenziosità da manifesto, quest'ultima, per giunta, in contrasto con l'intento - esplicitamente dichiarato da Sivori - di neutralizzare la letterarietà di Hugo. Più lineare e, perciò, appropriata la coprotagonista Cristina Giordana.
Enrico Fiore
CORRIERE MERCANTILE
Sabato 20 novembre 2004
Grido contro la pena di morte
(Buona interpretazione degli attori Franco Mannella e Cristina Giordana (figlia di Claudio Gora) impegnati in un intenso dialogo. Efficace la regia di Sergio Sivori)
Teso Confronto tra un condannato e la sua coscienza. Bravi gli attori
Le ultime ore di un condannato a morte, l'angoscia, la paura prima del patibolo, ecco che cos'è "L'ultimo giorno"che l'Associazione Claudio Gora porta in scena fino a domenica al teatro Garage. Scritto e diretto da Sergio Sivori e interpretato da Franco Mannella e Cristina Giordana(figlia di Claudio Gora ndr) è tratto da un racconto di Victor Hugo, "L'ultimo giorno di un condannato a morte". Una denuncia, quella dell'autore dei "Miserabili", un grido lucido quanto isolato in favore della abolizione della pena di morte che i due interpreti rendono ancor più crudo e tragicamente attuale. Il testo è stato è stato modernizzato e, se pure ha perso un po' del suo romanticismo originario, ci ha guadagnato in contatto con la realtà. L'esperienza della pena di morte è assoluta, senza tempo.
In una cella smontabile si consuma il fitto dialogo
La scena si apre con il condannato imbavagliato e legato, con alle spalle una donna nerovestita e incappucciata: la sua coscienza, la società che lo ha condannato o la morte che lo attende, non è dato di saperlo. Sta di fatto che con lei intrattiene un dialogo continuo e critico, asfittico. Lei è il "coro" di questa tragedia come nella Grecia antica. I due sono entrambi chiusi in una cella allestita come una gabbia di legno chiaro, metaforicamente smontabile, esportabile ovunque, tipo Ikea. E li si sviluppano, tra accenti d'ra e un linguaggio contaminato da dialettismi e neologismi, le riflessioni del condannato.
Una dopo l'altra, come un count down esistenziale, una lotta contro il tempo, un approssimarsi sempre più alla requiem aeternam. Non senza dolore: "Dicono che non sia niente, che non si soffra. Come mai allora questa agonia di settimane? Questo rantolo di giorni,ore?". Ogni condannato perde gradualmente la sua proprietà di persona, diviene una cosa, i secondini parlano di lui in sua presenza, nessuno pensa che invece ha dentro un'intelligenza, un'anima, impreparata alla morte, mentre il coro conta ciò che gli resta: poche ore, poi la cella resterà vuota, ma non a lungo, c'è già chi è destinato ad occuparla. Il condannato si chiede quale sia il guadagno di questa perdita, qual è il senso di questo omicidio nella logica foucaultiana del sorvegliare e punire adottata dalla società moderna, dallo stato. Prima del patibolo c'è ancora spazio per un'abluzione, una botola che si apre e acqua che il condannato si riversa addosso come in un secondo battesimo.
Pièce ad alta tensione molto ben recitata
Uno spettacolo dalla durata limitata, solo quarantacinque minuti, ma che mantiene la tensione altissima dall'inizio alla fine. Per i suoi temi, attuali e sconcertanti, (lo spettacolo ha il patrocinio di "Nessuno tocchi Caino"), per l'ambientazione , l'uso delle luci, della musica, per i due interpreti molto bravi, la recitazione è infatti concitata, in costante iperventilazione. Il pubblico alla prima era purtroppo molto limitato.
G.R.
IL SECOLO XIX
21 novembre 2004
Al Garage questo pomeriggio l'associazione Gora
"L'ultimo giorno", monologo di un condannato a morte
Che grande piccolo spettacolo è stato regalato a Genova, che occasione perduta per il pubblico che lo ha quasi ignorato. Al Teatro Garage oggi pomeriggio l'ultima replica de"L'ultimo giorno", una novità italiana scritta e diretta da Sergio Sivori per l'eccellente interpretazione di Franco Mannella e Cristina Giordana. Il breve, intenso monologo a più voci è tratto dal racconto L'ultimo giorno di un condannato a morte che Victor Hugo scrisse nel 1828 contro la pena di morte. La pièce, che sta toccando le maggiori città italiane con grande successo, ha il patrocinio di "Nessuno tocchi Caino" e Amnesty International" ed è prodotta dall' Associazione Claudio Gora. Un'associazione culturale e teatrale la cui direzione artistica è affidata a Luigi Squarzina e che è nata nel 2000 in nome di Claudio Gora ( nome d'arte di Emilio Giordana), nato a Genova nel 1913 e scomparso nel 1998, indimenticato interprete di celebri spettacoli del Teatro Stabile come La bocca del lupo oltre che di numerosi film. Claudio Gora e Marina Berti hanno avuto cinque figli, tutti impegnati, in un modo o nell'altro nel mondo dello spettacolo e dll'arte. Cristina Giordana, nota attrice di teatro e della televisione, ha fatto una scelta difficile e coraggiosa e con i suoi compagni di avventura ha abbandonato il teatro ufficiale dove troppo spesso l'attore è un impiegato che timbra il cartellino, per battere le strade impervie ma, a giudicare dai risultati, molto gratificanti, del teatro civile di denuncia che presto troverà casa al Portuense di Roma, una "palestra" per attori che metteranno a disposizione anche di altre compagnie. L'ultimo giorno scandisce con l'implacabile precisione di un pendolo le 24 ore che precedono l'incontro di un condannato a morte con il gelido bacio, indolore, si diceva, della ghigliottina, un uomo che sa che la gelida pioggia che sta cadendo nel mattino della sua esecuzione durerà più di lui. L'uomo - uno straordinario Franco Mannella - è solo in una claustrofobica gabbia di legno che lascia passare lame di luce e voci di un esterno popolato di presenze "istituzionali" tutte suggerite da un'algida, inquietante Cristina Giordana che di volta in volta è la suora, il secondino, la Corte che emette la sentenza, il religioso che offre consolazione, il boia. Rigorosa e limpida la regia di Sivori
Giulina Manganelli
E-PROFESSIONESPETTACOLO.IT
L’ULTIMO GIORNO
Laboratorium Teatro – Roma
Dal 4 al 31 ottobre 2005
Un condannato a morte, una cella vuota, un coro che, come in una tragedia antica, fa da controcanto al dolore, alla disperazione, alla paura. Nessuno scampo, solo l’attesa che si srotola di parole salendo vertiginosamente la china della tensione emotiva, in un climax spasmodico che culmina nell’ineluttabilità di una morte annunciata. “L’ultimo giorno” scritto e diretto da Sergio Sivori e tratto dal racconto di Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte” è un’angosciante e feroce condanna della pena di morte. Una condanna non espressa, ma insinuata negli spettatori proprio attraverso quell’ansia serpeggiante che li coglie fra le battute del dialogo serrato fra il condannato e il suo compagno-antagonista. E il dubbio che nessuno sia estraneo alla bestialità del popolo che chiede a gran voce il sangue del condannato. Sivori riesce nella difficile impresa attraverso un’attenta e accurata operazione di modernizzazione dell’originale, a partire dalla lingua, che viene qui depurata dalla patina ottocentesca e resa più incisiva grazie a intrusioni dialettali e neologismi. Allo stesso modo tutta la mise en scene si fonda sulla contaminazione: quella del linguaggio, degli strumenti e degli effetti. Un insieme di grande efficacia che trascina il pubblico dall’inizio sul filo di una tensione emotiva che si fa spasmodica, fino al limite dell’insostenibile. Contribuiscono in modo decisivo le ottime interpretazioni di Franco Mannella, che rantola in scena il suo terrore e la sua disperazione di fronte ad un destino ormai ineluttabilmente segnato, e Cristina Giordana, ieratica e fatale come una moira. “L’ultimo giorno”, bell’esempio di teatro “impegnato” e militante nell’accezione migliore dei termini, rappresenta anche lo spettacolo di inaugurazione del nuovo spazio che si configura come una novità assoluta nel panorama teatrale romano. “Uno spazio in cui chi lo abita è più importante dell’architettura – spiega Sergio Sivori – un luogo che possa ospitare il lavoro dell’attore anche al di fuori della specifica rappresentazione. Un training quotidiano, un laboratorio permanente, un allenamento costante, duro, quasi monastico. Un lavoro che appartiene alla sfera intima dell’attore e il cui frutto viene trasmesso solo in parte al pubblico. I luoghi della ricerca a Roma sono pochi e spesso si tratta di una ricerca legata più al dato formale che sostanziale e genera spettacoli difficilmente fruibili. Il nostro lavoro sfocia invece in una semplicità assoluta e in una vera sinergia, un rapporto dinamico fra attore e pubblico. Quello scambio che solo i grandi attori sanno mettere in atto e che trascina il pubblico in una dimensione sconosciuta, regalandogli la sensazione di appartenere a un tutto che è il rito del teatro>>.
Gloria Bondi
VISUM Ottobre 2005
Nasce a Roma Laboratorium Teatro, una casa per il teatro di ricerca
A Roma, nel cuore del quartiere Portuense, nasce un nuovo spazio teatrale pensato non solo per essere luogo di rappresentazione, ma anche sede di un laboratorio permanente e di una “palestra” per tutti quanti vogliano affrontare con serietà e dedizione un percorso di ricerca teatrale. Fortemente voluto dall’Associazione Claudio Gora, lo spazio si presenta come una bella novità nel panorama teatrale romano. Visum ne parla con Sergio Sivori, che oltre ad essere fra i fondatori e i creatori del Laboratorium Teatro ha anche tenuto a battesimo lo spazio con la regia della prima rappresentazione.“Uno spazio non convenzionale, dove è importante la struttura, l’architettura, la tecnica, ma ancora di più chi lo abita”. Inizia così la lunga chiacchierata di visum con Sergio Sivori. Artista poliedrico - attore, autore, regista, doppiatore – Sivori è oggi fra i fondatori di un nuovo spazio che sembra pensato apposta per dare una casa ad un modo di intendere il teatro: Laboratorium Teatro, in Via Ruspoli 87, nel cuore del quartiere Portuense.“L’idea di fondo - spiega - era creare uno spazio dove un gruppo di attori, già riuniti nell’Associazione Claudio Gora, potessero condurre un lavoro di ricerca. Una ricerca che deve andare oltre il puro aspetto formale e trasformarsi in un training quotidiano, indipendente dalle esigenze della singola e specifica rappresentazione. Si tratta di un lavoro iniziato diverso tempo fa con la fondazione dell’Associazione Claudio Gora e che oggi ha trovato finalmente una casa, un luogo fisico in cui svolgersi”.Quello che accomuna gli artisti dell’Associazione è un modo di intendere il teatro in cui alla passione si unisce il rigore, una costante attività di ricerca svolta attraverso un lavoro duro, costante, quasi monastico. “I luoghi della ricerca a Roma sono pochi – continua Sivori – e nella maggior parte dei casi si tratta di una ricerca limitata al piano formale, che genera spettacoli difficilmente fruibili da parte del pubblico. Per noi, invece, la ricerca è un lavoro profondo che solo in parte viene trasmesso al pubblico, ma che di fatto appartiene alla sfera intima dell’attore. Nel teatro convenzionale l’attore non ha la possibilità di lavorare quotidianamente – spiega – non si 'allena' tutto l’anno, ma in realtà dovrebbe farlo, come se fosse un atleta. Laboratorium Teatro è stato pensato per essere uno spazio di rappresentazione, ma anche un luogo dove condividere un laboratorio permanente in cui tutti coloro che desiderano portare avanti un lavoro di questo genere possano trovare ospitalità al di fuori dei meccanismi e delle tempistiche tradizionali”. Il risultato di questa ricerca è un teatro estremamente semplice e al tempo stesso raffinatissimo, con una forte idea di fondo. “Un attore deve sapersi trasformare per la scena, non restituire, come spesso invece accade, quotidianità – spiega Sivori – il teatro deve creare aspettativa nel pubblico, andare oltre quello che gli spettatori si aspettano, immetterli in una dimensione sconosciuta, toccare al contempo la memoria collettiva del pubblico e la propria memoria soggettiva, regalare loro la sensazione di appartenere ad un tutto che è il rito del teatro. Troppo spesso – continua – a teatro si è sopraffatti dal formale e questo di fatto impedisce al pubblico di immaginare, essere partecipe, fantasticare in un rapporto dinamico con l’attore. Per questo motivo il modo in cui offro una storia al pubblico è più importante della storia stessa. Attraverso il lavoro quotidiano, invece, gli attori imparano a dilatare la loro presenza nello spazio e ad essere essi stesso teatro. In assenza di una struttura fisica, il teatro esiste comunque, in assenza di un vero attore no”.Un esempio di questa personale e affascinante “filosofia del teatro” Sergio Sivori la fornisce con lo spettacolo di cui è autore e regista e che ha di fatto inaugurato il nuovo spazio: “L’ultimo giorno”, tratto dal racconto di Victor Hugo “L’ultimo giorno di un condannato a morte”. In scena Cristina Giordana e Franco Mannella, danno vita alle angosce, alle paure, all’attesa di un condannato a morte, chiuso nella sua ultima cella. Intenso e carico di tensione, lo spettacolo è di fatto una dolorosa arringa contro la pena di morte. Una morte attesa, annunciata e ormai inderogabile, che trova il condannato solo con i suoi fantasmi e il suo terrore.“Questo spettacolo è un esempio di ciò che intendo – conclude Sivori – un teatro vero, onesto, semplice e senza fronzoli, quasi umile in cui gli unici elementi che si spogliano di questa umiltà sono proprio gli attori, grazie alla consapevolezza che hanno del loro ruolo e di ciò che stanno facendo. Un teatro artigianale, in cui ogni scelta viene curata senza fretta. Un teatro visto come missione. Un teatro in cui il pubblico si rende conto che a monte c’è molto più di quello che vede in scena e l’attore riesce a catalizzare le energie degli altri e renderli 'luminosi' insieme a lui. Creare scambio. E’ questa la differenza: l’istrione si esibisce senza creare sinergie. Il grande attore, invece, lo fa”.
Gloria Bondi
